Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

2002 – NO- STYLE

NO-STYLE 2002 - Copertina NO-STILE NOSTYLE
rassegna di mostre personali di artisti del nord est under 35
a cura di BORIS BROLLOe  NELSON CASTELLANOS

SALA METALLICA – CENTRO LEONARDO DA VINCI
PIAZZA INDIPENDENZA 13 – SAN DONÀ DI PIAVE
DAL 2 FEBBRAIO AL 31 DICEMBRE 2002

Negli anni settanta, gran parte del cinema di ricerca (e non) era trasandato, nel senso che si badava più al contenuto che alla forma, per cui era difficile individuare uno stile che fosse comune. Salvo per una cosa: la moda del vestire, pantaloni larghi in basso detti a “zampa d’elefante”, camicie strette ai fianchi, capelli lunghi e arruffati.

Tutto questo armamentario lo si poteva trovare sia nei film polizieschi che in quelli erotici o nelle commedie. A distanza di alcuni decenni lo stesso armamentario legato alla foggia del vestire o dell’acconciarsi è divenuto anche lo stile dell’epoca, mentre questo non era lo scopo essenziale dei registi. Possiamo dirlo oggi, in quanto il tempo, assieme allo sbiadire delle pellicole, peraltro sempre piene di luce e non perfettamente eseguite, ne fanno lo stile di tutto quel periodo. Il concetto di Kubler di quegli anni è che l’arte si fonda nella storia sociale e, inverandosi in essa, ne diviene l’opera che si completa nel tempo vissuto. Fu una rivelazione. Oggi ripresa anche dallo studioso di estetica Mario Perniola con il suo “L’arte e la sua ombra” (Einaudi), dove l’arte mantenendo in sé tutte le convergenze della creatività sociale ha ancora la possibilità di esistere. Alla luce di queste riflessioni ho ripensato alle tre ultime Biennali di Venezia: quella del ‘97 di Germano Celant, e alle ultime due, 1999 e 2001, entrambe di Harald Szeemann. Per quale motivo? Perché attraverso i loro titoli mi è parso che percorressero, in questo caso coscientemente, tutto il periodo cinematografico degli anni settanta. Ricordo di aver visto qualche anno fa il film sulla vita di Tina Turner e benché fosse pieno di luci psichedeliche, e di neri con criniere crespe e imbarazzanti, tutto ciò suonava falso e fuori tempo. In effetti si vedeva che la pellicola era un ri-facimento.

Non c’era la stessa luce di sovraesposizione della pellicola. Tutto era robusto, ben definito, tanto da sembrare più una fiction che un film. All’opposto, Germano Celant, con la sua Biennale, titolandola Futuro Presente Passato, aveva teso contenere in uno spazio concepito in maniera orizzontale tutta l’arte del Presente che è già Futuro in formazione e che va verso la memoria di un Passato prossimo. L’arte, quindi, si svincola dagli stili. Anzi li ha qui tutti com-presenti sulla stessa linea della storia. Come dice Claudio Magris: Dante è un poeta ancora vivo dato che la sua poesia è tuttora letta e amata. Pertanto è vivo al di là dall’essere anagraficamente morto. Tuttora egli esiste nella sua poesia e si confronta con i nostri contemporanei e fa parte dell’attuale dibattito poetico. Quindi egli è ancora attuale oltrecché vivo. Con Szeemann l’arte, invece, tende a estendersi Dappertutto, come lui titola la stessa Biennale. E l’estensione è vera e concreta: l’arte si produce e si afferma in tutti i luoghi in tutte le culture, cioè Dappertutto. Nella seconda sua edizione della Biennale, l’arte si compenetra nella Platea dell’Umanità. L’arte è spettacolo: cinema, teatro, musica, poesia, essa si innerva e diviene effettivamente creatività, movimento, idea e costume. Quindi l’arte visiva avvia, come vent’anni prima il cinema, una dimensione che è esistenziale e psicologica e ci riguarda tutti. Per questo motivo i giovani che vivono in gruppo, in famiglie allargate, fra sessi diversi e omosessualità latenti o dichiarate (Friends, come sit-comedy, ne è un esempio classico) vivono e consumano e spesso praticano un’arte che non è più legata alla grande individualità (come lo era ad esempio in Picasso), bensì a un’area di gruppo, dove le cose d’arte hanno spesso tutte lo stesso trend estetico e a volte anche artistico. Eclatante può essere, per renderne l’idea, le modalità d’uso della fotografia e del video, sfocando le immagini per ritrarre i propri amici e/o vicini, la propria tribù, il proprio gruppo. Tutto questo non prevede uno stile che è tipico dell’artista degli anni ottanta, bensì lo stile di oggi diviene lo stile del gruppo che influenzerà suo malgrado l’operatività culturale di chi pratica l’arte visiva e quindi chi opera all’interno del gruppo come fotografo, quale pittore o video-maker e via dicendo. Perciò potremmo riassumere con poche parole il nodo problematico di questa mostra: la mancanza di uno stile diviene per i giovani artisti uno stile stesso. E qui tentiamo di documentarlo.