Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

1015 – 2015 – Biennale Sculture – Piazzola sul Brenta

SCULTURE

in acqua in piazza in aria
a cura di Pino Pin
BIENNALE SCULTURA 2015
PIAZZOLA SUL BRENTA

 

SCULTURA COME CATASTROFE DEL SOCIALE
DI BORIS BROLLO

Non c’è nulla come la Scultura, intesa qui come raggruppamento di solidi di diverso materiale, stile e carattere, che abbia subito una “catastrofe”, come la definirebbe René Thom, per mezzo di transizioni di fase che ne mettono in questione la stabilità strutturale, rimandandola così alle catastrofi elementari in cui essa può rientrare.

La scultura del dopoguerra europeo dopo una fase surrealista passa ad una fase esistenzialista e fisiologica, dove l’uomo è ancora il centro del suo universo descrittivo. Basti osservare la parabola scultorea di uno dei massimi rappresentanti di questa disciplina: Alberto Giacometti. Ma è verso la fine degli anni Sessanta, con l’intervento di Carl Andre, che essa si svuota e si riduce a formula geometrica euclidea nella descrizione di se stessa quale solido destrutturato.

Ciò è vicino all’idea della filosofia francese che si andava affermando attorno a Braudillard ed al suo concetto di “immateriale”. Questo benché, da altre parti degli States, si passi per tramite di un iperrealismo scultoreo alla Duane Hanson, e quindi si miri all’oggetto il più vicino possibile alla carne umana.

E’ solo all’inizio degli anni Ottanta che la scultura si libera della sua “carne” per assumere una pelle inorganica, vicina al desiderio di chi la progetta e con esso identificata. Anzi con chi addirittura la rifiuta come progetto, ma non come processo creativo. “ La scultura doveva collocarsi nel processo del divenire. Doveva essere in uno stato instabile perché, stabilizzandosi, si distanziava troppo dal punto di partenza. Le prime opere strutturali comprendevano elementi quali nastri trasportatori, molle, ingranaggi, rotelle girevoli etc.. Ciò metteva l’opera in uno stato sospeso di divenire”.

Dennis Oppenheim intervistato da Germano Celant, pubblicato catalogo Charta, 1997).

Alcune prese di posizione nel senso di una scultura al di là da venire, cioè più legata al movimento che all’essere in sé, si erano avute già con la presenza di Jean Tinguely, svizzero come Giacometti e legato al carro del Nouveau Realisme, ma con già alle sue spalle mostre a New York (1972) e la conoscenza personale di Marcel Duchamp.

Quindi lo sguardo sulla scultura per il “fruitore” (termine caro a Pierre Restany) dev’essere uno sguardo a volo d’uccello, dall’alto rivolto verso una panoramica d’idee, mezzi e strumenti che lo riportano al suo presente, al suo oggi, dove poggiare gli artigli. Anche se il pericolo della catastrofe è già insito nel terreno che diviene sempre più liquido ed insicuro di cui la scultura diventa iperbole e nel contempo parabola sociale.

Boris Brollo

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