Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

0614 Le pieghe della materia

Opere di Carmine Calvanese e Roberto Lanaro

Spazio Lazzari
26|06|2014> 31|08|2014

IL CLASSICO MODERNO

Questa teoria del Classico Moderno è stata coniata da Luigi Russolo il Futurista quando, nel 1935/1937, pensò di ritornare alla figurazione. Così alternativamente fu per Balla. Un andirivieni continuo fra figura classica e modernismo futurista.

Un po’ perché, finita la sbornia futurista, il lascito della prima Guerra fu pesante, con i suoi morti e feriti, tanto da segnare pure gli spiriti più avanguardisti: la Guerra Igiene del Mondo aveva un volto decisamente macabro e non allegro come la teoria futurista l’aveva designato. E in questo andirivieni ho inteso porre l’accento, per questa mostra che va da una scultura classica – se così si può definire quella di Roberto Lanaro – come quella di Chillida -  e che troverà completamento nella spazialità euclidea di Carl Andre, contro una scultura ludica come quella di Carmine Calvanese.

In Calvanese il gioco prelude ed esclude un’idea di scultura tradizionale per puntare direttamente alla sua non identità, al suo non significato, se non per la gratuità della forma che, come in qualsiasi gioco, non ha obbligo di approdare a nulla, se non a quel compito di concludersi in se stessa.

E la mostra trova il suo filo rosso proprio in questa teoria dell’avanti e indietro: fra gioco e serietà autoreferenziale, che infondo non è che un gioco tautologico. E se “una rosa, è una rosa, è una rosa”: una scultura è una scultura, è una scultura e basta!

Boris Brollo

LE PIEGHE DELLA MATERIA:
Carmine CALVANESE e Roberto LANARO

- Possono convivere esperienze artistiche così visivamente diverse? -
- Certo, basta metterle insieme, tutto può essere assemblato. -
Ma in questo caso, pur nell’ evidente diversità  delle forme e della materia, ci sono dei punti in comune che in seguito sveleremo.

Carmine CALVANESE

Carmine CALVANESE Albero delle delizie I lavori di Carmine (alcuni titoli: Angelo, Accartocciato, Remix, L’appeso, Il fiore, Intimo, Il dolce pittorico) appaiono gioiosi, festosi, coloratissimi.  Attingono alla sensibilità culturale contemporanea del postmoderno, tra il pop e il trash: esperienze artistiche che interpretano il mondo attraverso le immagini veloci delle animazioni, dei fumetti, dei manga giapponesi, delle luci psichedeliche delle discoteche. Un mondo che prende ispirazione da un’interpretazione della natura già traslata in immagini deformate, irreali, fantastiche; un mondo non più visto con le lenti trasparenti dei nostri cristallini ma con quelle gialle, blu o rosse di spessi occhiali da presbite, con forme ingrandite a dismisura dove l’esagerazione è pur sempre un limite per andare oltre. Il reale per Carmine diventa l’artificio, la sua natura è fatta di sagome libere e assemblate. Tutto il suo bagaglio figurativo è collocato in un equilibrio precario, le sue forme si dilatano, si accartocciano, si aprono, s’intrecciano in base a come vengano dispiegate. Sono lavori diversi tra di loro, alcuni sono grandi fogli stretti e lunghi messi in verticale, i cui disegni accurati hanno un raffinato sapore decorativo.
Si creano germinazioni tra il vegetale e l’umano, insieme a corpi animali e altre strane creature che si avviluppano in simmetriche composizioni. Queste possono ricordare bassorilievi marmorei di lesene cinquecentesche o festoni di frutta di Carlo Crivelli.
Invece altri lavori sono delle pitto- sculture: fogli piegati di plastica. Ecco il riferimento al titolo, Le pieghe della materia.
Le opere di Calvanese partono sempre da supporti di plastica o comunque di materiale rigorosamente sintetico, poi l’artista taglia, torce e piega la materia e le forme si animano, assumendo sembianze inusitate, difficilmente pensabili o progettabili con altri mezzi.
Usa anche catarifrangenti che, illuminati con le luci artificiali, diventano fosforescenti e in continua mutazione. Il suo mondo è onirico e fiabesco, giocato sempre con divertita e dissacrante ironia.
Per fortuna sua e nostra, Calvanese non si allinea alla tendenza contemporanea ”L’arte fa male”, teorizzata da Merleau- Ponty per il quale l’artista, libero da condizionamenti di mercato e committenza, può rappresentare il mondo com’è e, come Hirst, mettere in mostra animali squartati.  Quindi un’arte non cosmetica ma sanguinante.
Invece il nostro artista ci trasporta con leggerezza in una dimensione fiabesca e surreale, e noi volentieri lo seguiamo nel suo mondo popolato di puffi e chimere.

Roberto LANARO

Roberto LANARO- Panoramica Torce il ferro e il ferro suona. Solo il ferro e il bronzo suonano come nessun altro materiale. La scultura si vede ma a differenza della pittura si sente, perché è collocata nello spazio che si misura anche con l’udito (il soffiare del vento, lo scrosciare della pioggia…).
E se spazio-tempo sono un binomio, anche il “tempo suona”. La scultura di Lanaro è destinata a rimanere nel tempo, le sue forme indistruttibili sembrano eterne, sono solide, essenziali, quasi strutture architettoniche. Sono pesanti nel loro peso di ferro pieno, ma nel contempo  per le forme libere, quasi leggeri nastri che si librano nell’aria . Ricordano degli origami, essenziali e geometrici, come fossero ritagliati in sottili fogli di carta, ma è loro preclusa la leggerezza fisica perché bloccati dalla pesantezza della materia. La scultura di Lanaro non ha fronzoli, è asciutta e severa, s’impone con austerità, è monumentale, ma non è retorica né celebrativa è seria. Seria, come serio deve essere il rapporto dell’artista nei confronti del suo lavoro.  Per realizzare queste opere ci vuole grande attenzione. Maneggiare grandi magli, enormi presse, fiamma ossidrica, carri ponte, gru, serve perizia e nessuna distrazione. Nell’universo astratto che Lanaro crea ci sono pure linee e forme essenziali, Frammento del 2010 è mirabile per la semplicità progettuale e sorprendente per l’articolazione formale. Lanaro taglia con fiamma ossidrica un grande, spesso e pesantissimo foglio di ferro, sagoma la forma e piega (riferimento al titolo Le pieghe della materia) una parte laterale, con il concorso del fuoco, in un semicerchio, creando quasi un elemento naturale che nasce dal corpo pesante della struttura.
Anche nelle altre opere (Intervento, Disputa, Condizione e Tensione), tutte realizzate con torsioni e dilatazioni spaziali, il dialogo tra il vuoto e il pieno crea un inaspettato contrasto di positivo negativo, di luce e ombra. L’effetto spaziale contribuisce ad accentuare in siluette grafiche la potenza della materia, in quanto le forme si sviluppano e s’integrano in un gioco  di raffinata simbiosi con l’ambiente che le accoglie. Sembrano oggetti partoriti dalla natura e la nostra percezione coglie queste strutture scultoree  come continuazione di elementi già esistenti, possiamo immaginarli come relitti di resti archeologici che si fondono con gli spazi architettonici.
Insomma come sosteneva Arthur C. Danto, l’arte è un sogno da svegli. L’opera d’arte, secondo lui, si dà come sogno vigile: a occhi aperti, collettivo. E’ un’“apparenza di realtà”, in cui il pubblico ha la possibilità di percepire le medesime visioni provate dagli artisti: “i sogni vigili hanno il vantaggio, rispetto ai sogni che appaiono nel sonno, di essere condivisi”.

Francesco Stefanini

TATTO E CONTATTO

Carmine CALVANESE - L'appeso Come ho avuto molte, forse troppe volte modo di ripetere, ostinandomi ancora a farlo nella speranza di accelerare un risveglio delle coscienze che si attui concretamente, non limitandosi a pallidi cenni di assenso, esiste una fetta importante dell’arte italiana viva e vitale, tale da indurmi a perseverare in un cammino di militanza critica oggi quanto mai impervio.
Un’area diffusa e stilisticamente eclettica, certamente non limitata ai soli ambiti della fotografia e del video, e non tutta di sesso femminile, senza naturalmente volere sottovalutare l’importanza di un fenomeno evidente, ma proprio per questo considerarlo un dato ormai acquisito, rifuggendo dall’ossessione modaiola di questi tempi.
Artisti che riescono pervicacemente a farsi apprezzare, talvolta anche fuori dai confini, nonostante un’informazione carente e prezzolata, lo scarso coraggio delle gallerie, anche di quelle dotate delle migliori intenzioni, pavide al momento di spezzare il cerchio ed uscire dal tracciato quotidiano, fornendo colpevole supporto ad una critica d’arte, specie quella di più recente formazione, totalmente improvvisata ed autoreferenziale ed incapace, per ignavia o scarsa preparazione, di cimentarsi in un esercizio critico fatto certo di meditazione, ma ancor di più di ferma capacità di giudizio e discrimine.
Al di là delle varianti stilistiche, la caratteristica comune a questi operatori è quella di evidenziare, nel loro lavoro, pur nell’inevitabile globalizzazione estetica del nostro tempo, i tratti caratterizzanti il “genius loci” italico. La qual cosa li rende naturalmente invisi ai cantori del “politicamente corretto”.
A tal proposito si rifletta sull’esangue presenza italiana nella Biennale veneziana tuttora in corso, ed alla domanda che sarebbe da porre ai soloni dell’internazionalismo pontificati sulle nostre riviste, cioè se tale svilimento della presenza sarebbe stato ad esempio praticato, a parti invertite, dalla Gran Bretagna. Carmine Calvanese, di cui seguo da anni l’evolversi del lavoro, fa pienamente parte di questo nucleo “forte”. Le sue opere, convergono verso una linea di sottile ed ironica concettualità.
Omologhe ad una tradizione precisa dell’avanguardia italiana che scorre su di un’asse inaugurato dai Futuristi, prosegue in direzione delle esperienze “pop” ed oggettuali di artisti come Pascali e Gilardi, per confluire nella giocosità concettuale di un Boetti, poi nelle prove di Ontani, per concludersi con i “Nuovi Futuristi” che danno il via all’ultima fase del lungo corso novecentesco italiano. Una linea ludica e spregiudicata, ma non per questo effimera, in cui Calvanese si inserisce con uno stile centrato sui precisi effetti di serialità combinatoria e teatralizzazione formale. I suoi lavori hanno assunto nel tempo una dimensione di forte riconoscibilità.
La poetica, come le precedenti considerazioni aiutano ad intuire, si pone in una dimensione recettiva della complessità dell’esistenza.  L’artista si cala nel ruolo di sensibile ascoltatore dei ritmi frenetici e contradditori della contemporaneità non appiattendo, però, il linguaggio sulla realtà, procedimento tipico del pragmatismo soprattutto anglosassone, ma, al contrario, riformulandolo in una sorta di riabilitazione della effimera e frammentata mondanità, tramite un’inconfondibile tecnica di assemblaggio combinatorio che ricostruisce il senso a partire dalla casualità degli accostamenti, secondo una procedura cara agli artisti delle avanguardie storiche.
Eclettico il progetto formale, caratterizzato da immagini a scorrimento, dipinte con un occhio memore delle decorazioni parietali pompeiane, ivi compreso il frequente ricorso ad iconografie erotiche, strutture segmentate come metri snodabili, installabili serialmente a parete e predisponibili per ampie ed articolate installazioni con lo scopo, tra gli altri, di stupire e coinvolgere il fruitore, predisponendolo ad un approccio ludico all’arte, dove la dimensione del gioco evidenzia la sua valenza didattica. Calvanese, al pari degli artisti a lui legati per affinità elettiva, dimostra come sia possibile, senza nulla rinnegare rispetto alle innovazioni linguistiche di questo secolo, proporre un linguaggio artistico esemplare, capace di calarsi fino in fondo nei meandri della società delle merci e dei consumi per emendarne i vizi e le miserie, con una rappresentazione in grado di cimentarsi col reale sapendo, al momento giusto, distaccarsene in virtù di una necessaria difesa dei valori simbolici dell’arte.

Edoardo Di Mauro

FERRO DA TORCERE, FERRO CON L’ANIMA

Roberto LANARO  Disputa Talete di Mileto, forse il primo filosofo della storia del pensiero occidentale che visse tra il VII e il VI secolo prima di Cristo, pensava che tutte le cose della terra possedessero un’anima e che quest’anima costituisse una sorta di motore che le rendeva vive e perciò capaci anche di relazionarsi con tutte le altre.

Ad esempio in un magnete la presenza di un’anima si evidenzia col fatto che è capace di attrarre o respingere il ferro. Ma Talete non è l’unico a dedicare attenzione a quella materia viva che noi consideriamo “inanimata”. Anche Leonardo da Vinci nelle sue riflessioni artistiche e poetiche vedeva come “il pesante ferro si reduce in tanta sottilità mediante la lima, che piccolo vento poi lo porta via”.
La leggerezza di un materiale così severo, primitivo e poderoso dunque veniva associata al respiro del vento: come dire che l’essenza della materia può essere così sottile da non appartenere quasi più al mondo reale. Oppure, al contrario, può identificarsi in un ostacolo invalicabile per chi non ne conosce la via d’attraversamento: “Cos’è disegnare? – si chiedeva il pittore Vincent Van Gogh, scrutando la campagna di Arles – Come ci si arriva?
È l’atto di aprirsi un passaggio attraverso un muro di ferro invisibile che sembra trovarsi tra ciò che si sente e ciò che si può.”
Ancora il ferro. Molto di più di un metallo da forgiare per far binari e macchine, tondini e putrelle. Molto di più anche di un materiale nobile che si nasconde nel cuore delle montagne e che, per diventare manufatto, esige ere geologiche, prove ed errori, fatiche immani, fuoco, tantissimo fuoco; e acqua, pensiero, fuliggine, sangue.
E perciò non è strano che non siano moltissimi gli scultori che lavorano il ferro perché il farlo presuppone l’essere in grado di riconoscerne quell’anima che Talete aveva individuato con tanta certezza.
Così è per Roberto Lanaro che con il ferro ha da sempre un rapporto fraterno “il ferro è un materiale che mi è sempre stato famigliare – scrive – fin dall’infanzia, perché mio padre lo lavorava nella sua bottega”. Difficilmente si può immaginare di avvicinarsi ad un metallo tanto complesso se non se ne è avuta una dimestichezza profonda, lunga e precoce. E non c’è approccio migliore di quello della bottega.
Lì si guarda fare e la paura della prima volta si diluisce nella consapevolezza di sapere già governare l’incontro.

All’inizio della sua carriera Lanaro utilizzava la fiamma ossidrica per ottenere figure stilizzate che non abbandonavano la mimesi, trasformando la realtà in una dimensione fantastica: nascono così, tori e coccodrilli il cui corpo è lo spessore piatto e pesante del metallo pieno, come origami scuri piegati da Efesto.
Ma è negli anni Settanta che le qualità del ferro, la sua anima, si offrono alla forma nella loro totalità e lavorare una barra o un blocco originario significa per Lanaro far interagire la materia con lo spazio, fare incontrare, e talvolta scontrare, la natura e lo spirito.
Nascono opere come “Separazione” 1971 e “Germinazione” del 1975 che preparano le “Architetture” degli anni seguenti: forme pulite e primarie che si muovono libere e leggere nello spazio. Come il potente nastro che si sviluppa prima in verticale per poi ripiegarsi su se stesso e che diverrà una grande scultura di 5 metri a Maubeuge in Francia (1988) o come le barre che si divincolano intrappolate nella fredda morsa di blocchi di calcestruzzo.
Punte che sfondano la loro stessa pelle in opere dal titolo “Proiezione” e “Lacerazione”, lasciando intravedere la compressa esistenza di un’interiorità spesso tormentata e irrequieta.
In modo particolare le piccole “Architetture”  prigioniere del calcestruzzo del’76 e ’77 traducono in linguaggio contemporaneo la tensione del liberarsi della materia; la stessa tensione posseduta da altre famose sculture della storia dell’arte italiana, segnatamente i “Prigioni” di Michelangelo in cui la torsione dolorosa dei muscoli mostra tutta l’ansia di uscire dal marmo.
La stessa delle contorte barre di ferro di Lanaro. Una grande razionalità formale degli anni Ottanta ricca di piccoli e grandi capolavori raggruppati sotto il titolo “Intervento”, con soluzioni spesso in evidente relazione con le figure geometriche semplici, preludono poi alle sonorità monumentali delle ampie sculture degli anni Novanta capaci di sostenere con identica coerenza le svettanti articolazioni nello spazio come le profonde segmentazioni  che si muovono lungo sentieri orizzontali, alla ricerca continua di una sintesi tra l’infinità dello spazio e il suo limite.

Giovanna Grossato


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