Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

2003 – ALL’INDICE

Sala metallica – Centro Leonardo Da Vinci
Piazza Indipendenza 13 – San Donà di Piave
settembre/Ottobre 2003

Mettere all’indice, equivale a mettere al bando. L’indice delle opere proibite era stato istituito nel 1559 da Pio IV al fine di proibire la lettura di opere contrarie alla fede ed alla morale cattolica. Il Controllo all’inizio era delegato alla Compagnia dell’Indice.

Mettere all’indice, equivale a mettere al bando. L’indice delle opere proibite era stato istituito nel 1559 da Pio IV al fine di proibire la lettura di opere contrarie alla fede ed alla morale cattolica. Il Controllo all’inizio era delegato alla Compagnia dell’Indice. Abolito nel 1966 – Il grande dizionario, Garzanti

È troppo pensare che la pittura rispetto alla tendenza attuale dell’arte faccia la figura della Cenerentola? E troppo pensare che l’uso continuato dell’installazione e della cosiddetta “scultura sociale” abbia generato oggi un’accademia pletorica di artisti che imitano alcune figure importanti di altri artisti con prodotti molto più leggeri e scarsi? Questo vale pure per il video e la foto nel tentativo di convincerci tutti che solo il settore della moda e la leggerezza dell’essere può avere un pulpito, mentre la tragedia o il senso del dolore no?

Secondo il mio parere sembra di no. Resto legato all’idea della fiducia che si porta nell’arte come momento spirituale. Ma come mai la pittura oggi è la sorella povera di tutto questo ambaradan artistico? Qualcuno insinua che il fatto di non produrre arte accattivante (e quindi invendibile) sia ancora modalità tipica dell’avanguardia e quindi colpisca al cuore la borghesia o le multinazionali; anche se poi sappiamo che le stesse assorbono tutta l’arte del mondo anche quella più scorbutica e difficile. Basta vedere i musei sorretti dagli sponsor e quindi dal capitale, perciò…

Infine, non si è neppure così ingenui da pensare che una battaglia per la pittura astratta o di figura oggi sia una battaglia per tutti i pittori figurativi o astratti del mondo. Si deve altresì dire che questo è già stato il tentativo banale di molti autori quando è arrivata l’ondata della Transavanguardia.

Si pensi alla piramide della pittura di Kandinskij: ci siamo tutti dentro, a livelli diversi, e se questi pittori hanno continuato a mietere successi, ciò significa che vi è una stratificazione del mercato (nazionale, europeo e mondiale), con accanto quello per un gruppo che si è imposto e per una zona di autori come quelli inglesi ad esempio, e così via.

Non basta dipingere o saper dipingere per essere maestri o artisti. Riuscire a esprimere la propria attualità, il proprio tempo, questo è il discrimine che deve indicare la critica oggi. Anche nel 1850 coesistevano i pittori Pompiers dell’accademia accanto agli Impressionisti, a Parigi. E sempre di pittura si trattava. Orbene però hanno vinto gli Impressionisti, che peraltro dipingevano peggio dei Pompiers ma solo perché la loro visione era più moderna, era cioè legata al nuovo che emergeva socialmente come la nuova Borghesia e le nuove professioni. Questo legarsi al sociale della pittura, se l’ha rinnovata, ne ha pure segnato la sua decadenza. Oggi, codesta, si presta troppo alla imitazione di sé stessa in quanto si fa semplice e attraente per cui sminuisce la propria importanza, e poi come oggi si dice: è bello ciò che piace, e questo va a detrimento del suo valore generale stabilendo così a livello soggettivo il denominatore comune della pittura che perde il proprio statuto, il proprio valore intrinseco. Forse è ora di dire che non è bello solo ciò che piace, e comunque l’analisi della pittura va fatta anche su altre direttive, su altri criteri di scelta.

Per tali motivi qui si sono voluti portare degli artisti che, pur operando nel campo della pittura con i mezzi tradizionali della stessa, dimostrano la loro attualità per mezzo di continui rimandi al fumetto, alla fiction televisiva, ai sogni letterari, rimandi in ogni caso ben strutturati all’interno del sociale collettivo al quale appartengono. A mio parere ne esce un’immagine comune che nulla cede alla pittura camp, cioè a quella banale del pittore della domenica che si sente “maestro”. Come sosteneva John Waters, il più grande regista trash del cinema americano, per fare del cattivo gusto ci vuole molto buon gusto. Ma, allora, non vi è contenuto di eternità o spiritualità in questa proposta? Mi sentirei di rispondere di sì per quell’attimo di eternità e spiritualità che riguarda la propria epoca e che non può essere in maniera assoluta quella del passato. Come mi sento di dire che nel lungo periodo dei più famosi cento artisti del mondo di oggi forse ne resteranno al massimo dieci. Bontà vostra, vien da concludere!