Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

COSI LONTANO, COSI VICINO



“Così lontano, così vicino”

Lettere al Direttore

di BORIS BROLLO

SOMMARIO
(Cliccare sul titolo per raggiungere il testo)

  1. PREMESSA, Una stagione d’inferno, Giugno 2000
  2. FLASH ART RUSSO,
    Flash Art nr. 155, Aprile/Maggio 1990
  3. IL DUBBIO E LA CERTEZZA,
    Flash Art nr. 168, Giugno/Luglio 1992
  4. ARTISTI MAMMISTI,
    Flash Art nr. 171, Dicembre/Gennaio 1993
  5. UNA LANCIA PER ABO,
    Flash Art nr. 180, Dicembre/Gennaio 1994
  6. FLASH ART SEMPRE PUNGENTE,
    Flash Art nr. 191, Aprile/Maggio 1995
  7. EVVIVA JEAN CLAIR,
    Flash Artnr. 193, estate 1995
  8. Lettere inviate a Giancarlo Politi ed a Helena Kontova ad ulteriore chiarimento
  9. LA BIENNALE DELLA MODA,
    Flash Art nr. 202, Febbraio/Marzo 1997
  10. DI MINIMALIA E ALTRO,
    Flash Art nr. 206, Ottobre/Novembre 1997
  11. LUTHER BLISSET HA BUONA MEMORIA,
    Flash Art nr. 210, Giugno/Luglio 1998
  12. FLASH ART È ILLEGGIBILE,
    Flash Art nr. 73, Aprile/Maggio 2000

APPENDICE

  1. L’ERA DEI CURATORI,
    Flash Art nr. 237, Dicembre 2002
  2. LETTERA ESTIVA, 20 LUGLIO 2003
    Flash Art nr.856, Luglio 2003
  3. DOV’É FRANCESCO BONAMI
    Flash Art NR. 247  – Agosto Settembre 2004
  4. BONAMI COME UNO STUDENTE?
    Flash Art nr. 245, Aprile Maggio 2004

_______________________________________

PREMESSA

UNA STAGIONE D’INFERNO

Ah quante ne ho subite dai miei amanti sudati in questa Biennale estiva, ma ve ne supplico, caro Editore, una pupilla meno irritata! E in attesa di piccole viltà, ecco, dal mio taccuino di dannata dell’arte strappo per voi, che in una scrittrice apprezzate l’assenza di facoltà istruttive, questi pochi pensieri orribili ai più.

…….. L’artista ed il critico sono come due gemelli separati che operano sul medesimo oggetto d’indagine ma uno opera sulle prove concrete (il pittore), l’altro sviluppa la teoria della conoscenza che intrisa di perversità e corruzione umana lo rende incapace di restare all’interno di qualsivoglia realtà. Egli il gemello-critico la profana e la disgrega la realtà come il verme all’interno della mela. Questa è anche la necessità fondamentale della conoscenza. Tipica, inoltre, della metodologia scientifica attuale che per necessità di conoscenza si sospinge sempre in avanti, altrimenti a che serve cercare? Il tonto Abele imbambolato dalla sua opera perfetta esiste in un sistema operativo di autoanalisi.

…….. Nella fase attuale la divisione fra critica e opera è totale. Da una parte la critica parla ultimamente solo di Cinema (penso – in positivo – a Lei caro Editore ed al suo paragone sul film il Re Leone; penso a Marco Senaldi nel suo articolo su De Dominicis; penso ad Angela Vettese che a proposito di Paolini cita il Greenway dei Giardini di Compton House nel Sole 24 Ore del 9 maggio; e così via per altri che qui non nomino per non renderli famosi). Ciò dimostra che il cinema è un’arte più articolata, completa e complessa e quindi più vicina al reale quotidiano di oggi? Che è più avanti del semplice quadro o scultura che sia? Basti vedere l’ultima Biennale di Venezia. A quando una Biennale di video clips con una sezione data a Gea che ne sa apprezzare il valore e dove le Pipilotti, le Toderi, le Lambri – salvo la Neshat – farebbero una figura peregrina nei confronti di tali video-clips?

…….. dall’altra la critica non parla più dell’opera, non fa ermeneutica, bensì esprime un giudizio attestandosi così vicino all’etica ed alla morale più che all’analisi delle cose. Tutto questo mutuato dall’economia e consapevole che va cambiato il patto esistente fra i gemelli-contraenti (cosa che non ha capito il lettore Marco Miceli a proposito di De Dominicis), e che oggi cambierà i rapporti di forza fra i contraenti, mandando la fiducia cooperativa, mettendo in discussione l’opera stessa ed il suo essere statutario.

…….. Sbaglia chi pensa (e l’atteggiamento in arte diventa cultura d’immagine) che siamo a fine secolo e che si sia in attesa millenaristica. Nostradamus ha visto l’eclisse solare e non la fine del mondo come gli sciocchi credono! Gli ultimi due secoli hanno avuto inizio, culturalmente parlando, verso la metà, il ’50. Nel 1850 inizia la parabola degli Impressionisti che finisce con l’Informale. Questo diventa punto di arrivo e di partenza del secolo nostro. Pertanto noi non siamo alla fine di un secolo artistico bensì alla sua metà e quindi nel momento di calo. In attesa di un nuovo Futurismo? Il momento di calo si identifica con grandi personalità più che con movimenti di gruppo.

Non ebbi forse, una volta, una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro – troppa fortuna! Per quale delitto, per quale errore mi sono meritata la mia attuale debolezza? Io non so più che dire.

In Venezia giugno 1999

Sua affezionatissima                        ISABELLE DE FRISSAC
Vicolo Concavo, 11
Spilimbergo

Milano, 25 agosto 1999

So bene che si tratta di uno pseudonimo e l’indirizzo è falso.
Vogliamo comunque accertarcene.
Se ci sei veramente batti un colpo e fatti viva.
Anche per eventuali collaborazioni future.

Giancarlo Politi

[Ritorna su]

Flash Art Russo

Egregio Politi,

munito dell’ignoranza del viatico, ho comperato (gentilmente scontata) l’edizione russa di Flash Art, lingua a me sconosciuta come l’inglese e probabilmente per questo, meno legato al contenuto, ho fatto scorrere lo sguardo sulle scritte: scrutandole graficamente. E se posso consiglierei di usare i nomi e cognomi degli artisti in lingua originale mentre per la didascalia lascerei pure il carattere cirillico. Azzarderei di più e cioè metterei anche i nomi degli artisti russi in caratteri internazionali dimodoché sia possibile per noi pronunciarli e conoscerli. Credo che anche per loro vedersi trascritti in caratteri internazionali possa farli sentire a noi più vicini.

Cordialità

Boris Brollo

Caro Brollo,

l’edizione russa di Flash Art è nata per l’URSS. Non già come talune riviste di design o varie amenità viste in giro che hanno aggiunto qualche riga di cirillico al testo italiano e si spacciano per russe.

Flash Art è nato per l’URSS ripeto (ed al 90% circola in URSS) per tentare un colloquio più intenso e più interno con un paese straordinario che da circa 70 anni ha interrotto i rapporti con l’Europa e la sua cultura, per cercare di capire meglio questo enorme serbatoio di energia creativa ch’è l’URSS, un paese che è stato sino agli anni 20 protagonista indiscusso della cultura europea e poi ne è stato la vittima.

Perché dunque complicare il nostro lavoro e l’altrui comprensibilità? Il cirillico è una lingua fonetica e la sua trascrizione cambia da  paese a paese (Gorbaciov in francese diventa Gorbatchev, in inglese Gorbachev). In quale lingua vorresti trascrivere i nomi? Come vedi non è così semplice. Lasciamo invece i sovietici godere del piacere di leggere per la prima volta nella loro vita la scrittura ed il pensiero occidentali.

Solo attraverso le nostre traduzioni, particolarmente curate, e tutte riviste da critici e scrittori sovietici viventi in USA, gli artisti e critici dell’Unione Sovietica hanno potuto capire come noi parliamo d’arte, spesso cosa intendiamo noi per arte.

Questa per loro, dopo settant’anni è stata la vera rivoluzione.

[Ritorna su]


IL DUBBIO E LA CERTEZZA

UN ANONIMO

Caro Politi,

devo dire che ogni tuo Giornale di Bordo è stimolante, anche per l’uso classico della carota e del bastone (vedi: A.B.O. bravo ma alla prossima Biennale dovrebbe pensare etc.  etc.) che in esso vi vige quale legge interpretativa, ed è alla luce di questo tuo modo di stimolare che spesso ti scrivo poi strappo le lettere, oppure registro dei nastri audio da inviarti che poi puntualmente cancello.

Tratto un po’ la tua rubrica come il divano di uno psicanalista su cui liberare le idee che poi devo sopprimere in quanto mi rendo conto che non è questo il suo compito e che comunque il risultato è ottenuto, avendo io liberato, per mezzo tuo, lo sfogo. Questa volta però t’invio un messaggio  anonimo – come dentro una bottiglia – sopra il quale potrai registrare le tue impressioni senza l’obbligo della risposta, ma colte in un contraltare di riflessioni che si rimandano puramente al di là delle singole persone. Come in una corrente di pensiero che va, e memori del fatto che esser espressione della stessa è un dato puramente casuale. Premessa impegnativa, come vedremo.

Sono d’accordo che tu sostenga l’artista che scrive, che non delega ad altri il suo lavoro, anche se bisogna tenere conto che in questa società la delega è d’obbligo dentro il mercato dell’arte (per paradosso: perché l’artista non potrebbe vendere i suoi lavori che costerebbero pure meno all’acquirente). Ma seguirei il problema in termini più generali come tu l’hai posto: “Vi siete mai chiesti come e quando nasce la critica d’arte?” – parole tue  – Salto le tue osservazioni, sulle quali concordo, così come concordo anche sul fine che gli artisti si riapproprino della loro arte, tant’è che spesso i critici intervengono viceversa nell’indicare come andrebbe fatta l’arte (caso da tenere sott’occhio). Come d’altra parte sappiamo che molti critici sono stati od hanno iniziato come pittori la loro carriera artistica. E buoni o cattivi, ha ben poca importanza di fronte al fatto che, comunque, costoro hanno sperimentato. Cosa questa utile e che manca spesso al curriculum del critico standard, per cui quest’ultimo lavora sul testo teorico che è il riassunto del riassunto facendone, alla fine un ulteriore riassunto, tanto che il suo parlare diventa un critichese/esperanto oscuro ma più spesso inutile. Invece direi che i primi segnano un punto a loro favore, la sperimentazione artistica porta ad una conoscenza più prossima alla cosa artistica di cui si discute – come nella scienza, non ti pare? Ma questo apre un altro problema: se io stesso che “fabbrico la cosa” (l’opera in questo caso) ne parlo, il mio è un parlare “corretto” oppure è un parlare soggettivo? Cioè il mio sentire è un “sentire” segmento della conoscenza o la conoscenza di una totalità? Questi criteri non sono negati entrambi nella stessa persona, come a dire, ed è ovvio, che possono coesistere! Ed è quello che provo o trovo (come teoria) quando leggo Lucio Pozzi da N.Y. o Armando Testa; così come quando ho letto da N.Y.X Bonami, con sorpresa, mentre con meno sorpresa leggo G. Alviani in quanto – meccanicamente – dò per scontato che un vecchio cinetico debba saper “lavorare” quale homo testuale, o come quando leggo Anna Lombardi sul suo interrogarsi sulla decorazione, o penso a me stesso e a tanti altri che s’interrogano o cercano di capire oltre che agire. Ma il lettore che fine farà? Se mentre prima era guidato – a questo suppongo dovesse servire la critica, d’appoggio – (passami il termine) per mano nelle pieghe della conoscenza a lui passiva ma che doveva attivarlo nei confronti dell’opera, che fine farà adesso di fronte a diverse proposte critiche non più oggettive come paradigma ma soggettive, mosse da desideri totali? Ma è poi detto che debba esistere un paradigma? Direi inoltre che qui il problema si è spostato ancora di lato, in quanto ci viene posta un’altra scelta: quella di leggere più autori/critici. Tento di spiegarmi meglio (lo spero almeno) con un esempio: solo se una rivista od un giornale mi propone un gruppo di testi è possibile sostenere quello che tu dici perché se da una parte trovo F. Bonami artista/critico (passami il termine, per capirci) da un’altra trovo Marco Senaldi con un lavoro di taglio critico/filosofo. Allora mi va bene: Bonami mi dà un aspetto della cosa, Senaldi me ne dà un altro. Il problema è anche fornire più chiavi di lettura, oltrecchè permettere che gli artisti si approprino del testo sull’opera, quindi della critica. Balzac, Diderot, David – un po’ tutti gli artisti, vorrei dire – scrivevano attorno all’oggetto del loro lavoro, probabilmente più attraverso le lettere, vedi Cezanne, Corot, Van Gogh, comunque con visioni storicamente date o personalmente tragiche; è solo dopo, con lo sguardo rivolto criticamente all’indietro, che si è potuto capirle. Mi pare che Francesco Bonami parli dell’arte più dal di dentro, mentre Kaufmann, o Gilardi, o Kosuth mi sembra parlino più per concetti generali. Questa distinzione mi pare importante e generale: trovo che A.B. Oliva sia intuitivo genialmente (concordo con te) mentre Celant è più strutturato nel pensiero: uno irrazionale che coglie gli umori, l’altro razionale che li sistematizza (se mi è permesso da lettore questa opinione). Così penso debba valere per il critico/artista e fra loro l’uno non deve escludere gli altri, sono qualità personali. Va detto che ognuno scrive con carattere diverso e quindi, superato il critico ufficiale che dovrebbe darmi le coordinate (ultimo grande l’Argan), tutti gli altri mi danno segmenti. L’artista/critico che mi darà, se non segmenti dovuti alla sua necessità individuale di essere: pittore, poeta, critico e quindi artista è completo? Ovvero potrà darmi, un’immagine di sé totale – più completa è meglio dire oggi – ma che comunque ha bisogno di essere “scoperta” dal di fuori. Ecco perché è necessaria una scuola d’arte e vita che mi pare tu vada costruendo, meglio formando, con il tuo Giornale di Bordo. Sempre vivo G.P., complimenti.

Cordialmente. Tuo

P.S.   Mi pare giusto che tu non abbia rilevato la X del caso Manzoni; ritengo abbia diritto pure tu, come i giornalisti “veri”, al segreto professionale.

Caro Amico,

commetto una infrazione nei confronti della deontologia giornalistica pubblicando la tua lettera anonima: lo faccio però in omaggio alla tua attenzione ed alla tua (confusa) sensibilità.

Hai ragione tu. Flash Art non è solo una rivista di informazione (come goffamente ha tentato di sostenere una miope amica che edita un suo foglio penoso, di autori rifiutati e di rifiuti di autori credendo di esprimere un pensiero soltanto perché non usa illustrazioni): credo di non peccare di presunzione affermando che nell’ultima decade almeno, i soli contributi di pensiero sull’arte e dintorni, li abbia pubblicati Flash Art e solo Flash Art. Le analisi più spregiudicate, ciniche e morali del mercato come metro di misura, le celebrazioni teoriche dei fatti degli anni 80, le anticipazioni dei crolli ideologici, morali e di mercato, l’esplosione delle minoranze e dei regionalismi, le etnie insorgenti, le apocalissi incipienti, gli autori più sofisticati, irriverenti, illuminanti pescati in ogni angolo della terra. Si, noi abbiamo cercato di toccare ed analizzare i malesseri del nostro tempo, da quando siamo in vita, con estrema curiosità, anche con molta cattiveria, senza mai compiacimenti o morbosità. Abbiamo sempre voluto istillare dubbi, corrodere certezze. Poiché secondo me l’unica certezza di cui essere orgogliosi è il dubbio.

Siamo stati la prima rivista che cercava sempre più di contraddire se stessa, di mettere in discussione le opinioni correnti, il pensiero dominante, gli stessi collaboratori, il direttore e l’editore. Anche se da molte parti ci accusano di rappresentare il pensiero dominante. È assolutamente inesatto anche se mai abbiamo voluto cavalcare strenui moralismi post-ideologici, o diventare difensori dell’emarginato o dell’alternativo, che spesso nascondono noia e pochezza di idee.

Mi fa piacere che tu, forse da una remota e magari desolata provincia, abbia saputo leggere dentro le righe le nostre intenzioni e tentazioni perché noi non abbiamo nessuna certezza da comunicare, nessuna verità da difendere. Sappiamo solo, come direbbe il poeta, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ed anche,  come dice lo stesso poeta, che distilla veleno una fede feroce.

P.S.   Non approvo comunque la tua mancanza di coraggio civile ad impegnarti con il nome e a viso scoperto. Sei attento alle cose, sai leggerle anche dentro, perché dunque coltivare l’anonimato? Per lasciare spazio alle grida con il tuo silenzio? Ai tangentati e tangentatori? Non lasciarti contaminare dalla tragedia dell’assuefazione, dalla mentalità della timidezza e della paura. Puoi essere più utile a te stesso e agli altri se smetti di psicoanalizzarti e magari incominci a parlare a voce alta. E magari a scrivere sul serio.

[Ritorna su]