Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

Giu 15 – La guerra che verrà

LA GUERRA CHE VERRA’ / NON E’ LA PRIMA – 2014 – 1914

Al Mart e al Museo della Guerra di Rovereto (TN) fino all’Ottobre 2015

  • IN FLANDERS FIELD di Berlinde De DruyckereAl Mart di Rovereto si tiene una mostra che tenta uno sguardo articolato e complesso sulla Prima Guerra Mondiale quale avvenimento storico, ma anche socio-politico ed artistico. In quel momento l’Europa aveva una composizione geografica e alla fine del conflitto si trovò ad averne un’altra. Così descrive quel periodo lo storico Eric Hobsbawm: una prima era, definita Età della Catastrofe, dal 1914 al 1945, paragonabile al periodo della guerra dei trent’anni, col primo e il secondo conflitto mondiale e le crisi che li accompagnarono e seguirono, e caratterizzata dal dissolvimento di tutti gli Imperi Millenari (russo, tedesco, austriaco e ottomano)”. Alla luce di questa deflagrazione mondiale il conflitto si configura come una catastrofe mortale ma non solo, anche come un cambiamento nel modo di combattere: nella fase finale l’Austria usa il gas nervino dando luogo a quella “guerra chimica” che troverà proseliti fino ai nostri giorni. La guerra quindi come teatro sociale, tant’è che il titolo viene ricavato da una splendida e cristallina, per la sua perentorietà veritiera, poesia di Bertolt Brecht. La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente, egualmente.” 
  • Fabio-Mauri-Il-sergente-1998-mart_roveredoLa prima Guerra Mondiale dette la stura a tutte le ideologie totalitarie che il secolo Novecento avrebbe poi vissuto: Stalinismo, Fascismo e Nazismo!  E tutto questo si trova all’interno del crogiuolo durato i 4 anni di guerra. Le modalità di rifornimento e l’uso dell’aereo. L’ambiente della montagna e quindi la flessibilità del Confine. Le strategie tattiche di attacco e la guerra di postazione. L’utilizzo di armi nuove, come si è visto col gas, e quindi tutto l’approvvigionamento dell’industria bellica riversata sulla guerra. Il lavoro forzato e l’impiego delle donne in fabbrica e nella sanità. I progressi della chirurgia per interventi su corpi mutilati etc.. La presenza di reporter sul campo dovuta a pittori molto spesso soldati, come nel caso di Sartorio, sì, quello del fregio della Camera dei Deputati, anche ottimo pittore di guerra. Egli è presente in mostra con 2 opere, ma ne fece almeno una cinquantina lungo la linea del Piave, che si sono potute vedere ad una mostra, tutta su di lui, a San Donà di Piave. Ecco, questa mostra del Mart dà una lettura di tutto questo mutamento socio-politico con artisti per generazione diversi, come chi vi partecipò direttamente, vedi il caso di Sartorio e Balla, o che vi ebbero contiguità, come Depero, Severini, Martini, Licini, Enrico Baj, Burri. Ma anche artisti internazionalmente noti o meno noti, quali: Max Beckmann, Marc Chagall, Albin Egger-Lienz, Adolf Helmberger. Un secondo gruppo di artisti appartenenti ad una generazione che la guerra l’ha vista da lontano, ma interpretandola in maniera esemplare, sono Lida Abdul, Alighiero Boetti, Gastone Novelli, Alfredo Jarr, Thomas Ruff, Anri Sala, Orlan, Artur Zmijeswski. Fra tutti questi, due grandi interpretazioni, sulla guerra, vengono dalle opere di Fabio Mauri col suo PicNic del Soldato e da Berlinde De Bruyckere col suo In Flanders Fields.
  • PICNIC O IL BUON SOLDATO di Fabio MauriIl PicNic del Soldato è una messa in scena magnifica di strutture elementari  che riguardano le uniformi e i modi di vivere la guerra: valigie di cartone per i soldati e bauli per gli ufficiali, o berretti e caschi di ferro per i soldati e cappelli con visiera decorata per gli ufficiali. E così via in un alternarsi di colori grigio/verdi più meno lucidi o più meno rigorosi nella foggia del vestire. L’installazione è di per sé concepita come un piccolo museo sul soldato e, al di là delle posizioni subordinate, ciò che emerge è il senso della guerra ed il suo ideale di appartenenza al corpo che astrattamente si configura in atteggiamenti esteriori dati dalle diverse fogge del vestire. Mentre in In Flanders Fields di Berlinde De Bruyckere un gruppo di cavalli stramazzati a terra dà l’idea del terrore per lo scoppio di una bomba, tanto è veritiero l’insieme di questi animali scomposti e impagliati dentro una pelle vera di cavallo. La scelta poi dell’artista verso quest’animale, così amato, ci rimanda ai camminamenti della montagna col soldato a piedi ed il mulo carico di vettovaglie, ma pure ci rimanda al rispetto per l’animale che, così indifeso, giace a terra senza più la possibilità di alzarsi, benché il grande Friedrich Nietzsche lo protegga col suo corpo dalle frustate del fattorino che lo vuole in piedi. Non si uccidono così neanche i Cavalli (titolo di un grande film), per ricordare il gesto di pietà che qualsiasi “guerra” agonistica, vinta o persa, riverbera sugli umani. Ebbene gli umani continuano a morire per la Guerra. Tutto ciò si può vedere nel proseguimento della mostra nel Museo Storico della Guerra di Rovereto e si percepisce nelle frasi scritte sui muri del Mart che riportano brani di lettere dei soldati e dallo stesso Depero, artista/soldato, alle loro famiglie o ai loro cari. A completamento resta memorabile, per le generazioni più giovani, il libro di Emilio Lussu: Un anno sull’altopiano, ambientato sull’altopiano di Asiago, ed è una delle maggiori opere della letteratura italiana sulla prima guerra mondiale. Da leggere.

      Boris Brolllo