Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

Note Critiche Santorossi

Michele Beraldo

Da alcuni anni la pittura di Santorossi si caratterizza per la strenua fedeltà verso la figura umana, esaminata, contrariamente a quanto ci si possa attendere da un artista “figurativo”, con una prassi che appare superficiale e priva di connotazioni psicologiche. Di fatto Santorossi conduce l’operazione su due fronti contrapposti ma del tutto simili: -da una parte profila con un segno continuo e deciso i volti e i corpi di uomini e donne appartenenti allo star system (cinematografico o pubblicitario), dall’altra, quelle stesse immagini, vengono integralmente nascoste, cancellate, negate nella loro identità.

Queste diverse modalità del dipingere potrebbero avvalersi degli stessi criteri operativi della pop-art; viene a mente, a tal proposito, la cover di un vinile degli Who, Face Dances, su cui troviamo i quattro volti dei componenti della rock band inglese reinterpretati dai maggiori artisti pop come Jones, Blake, Tilson, Hockney, Kitay e Hamilton.

Ma se le prerogative estetiche possono essere simili (sia Warhol – con i suoi ritratti serigrafici – che Santorossi, intervengono nella duplicità della forma attraverso la “ripetizione differente” di una stessa immagine) sostanzialmente diversi appaiono i contenuti semantici. La pop-art americana, nel riprodurre gli oggetti e le immagini della società consumistica, ha indotto lo spettatore ad esaltarli e a celebrarle. Santorossi, non condividendo il carattere  semplicemente edonistico della pop, opera all’inverso: anziché rivelare la fisionomia del soggetto fotografato, la nasconde, cancella la sua evidenza narcisistica e ne riduce la fascinazione. In questo modo l’immagine si riduce e si banalizza. I volti, che prima appartenevano allo spettacolo, ora obliano se stessi e il proprio ruolo, uniformandosi ad un mondo verniciato cui pensavano ingenuamente di non appartenere.

Nel fare questo l’artista elabora perciò due differenti modalità espressive. Nel primo caso non snatura del tutto l’immagine, rispetta la sua integrità e la sua forma originaria; fende prudentemente la vinilica superficie del volto quanto basta per ridefinire il contorno degli occhi e delle labbra.

Nel secondo caso, invece, oscura completamente la traccia anche di quell’intimo e residuo segnale che più di altri volge all’umano.

Cancella quindi ogni possibile riferimento all’essere, adombrandone esteriormente la forma. Crea una realtà altra, diversa, riposta nel fondo dell’anima e che appare in tutta la sua nudità. È forse questa la contro-immagine del nostro io? È forse questo il lato oscuro della nostra personalità? Gli ultimi lavori di Santorossi propongono indubbiamente delle domande, e quanto meno, anche se non trovassimo le risposte, invitano alla riflessione.

Resta il fatto che il ciclo Erase, “cancellature”, può essere inteso come una pratica attraverso la quale l’anima/ombra, se interrogata e decifrata, potrà rivelare i profondi legami che uniscono l’uomo alla sua alterità.

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Luciano Caramel dal testo introduttivo al catalogo “Porto d’Arti” – evento collaterale della 53ma Esposizione Internazionale D’Arte La Biennale Di Venezia – 2009.

Santorossi, trevisano, sociologo e psicanalista, esperto di comunicazione per immagini, oltre che artista, è, nella pattuglia di Porto d’Arti, il più coinvolto nell’attuale congiuntura dell’arte, nel suo relazionarsi col contesto culturale, sociale e politico.

Né apocalittico né integrato, aperto alle novità della grafica e alle possibilità delle nuove tecnologie, è però critico, nella ricerca sul campo, non per pre-giudizi, sui modi del loro uso, attivo e passivo, di chi trasmette e di chi riceve. Conscio che l’eccesso di informazione causa rumore e impedisce quindi una buona comunicazione e una corretta decifrazione del messaggio, Santorossi ha messo in cantiere da tempo un processo di svelamento dei significati veri veicolati ed eventualmente celati dalla comunicazione di massa, “attuando una sorta di pulizia delle immagini da essa proposte, immagini inessenziali e straripanti di stereotipi visivi. Attraverso questa operazione egli le ripropone semplificate e arricchite di rinnovati significati”. Si tratta di un lavoro ben mirato, ancorché minimale, e utile, perché il Porto d’Arti non torni ad essere d’Armi.

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Enzo Di Martino, Dal catalogo “Porto d’Arti” – evento collaterale della 53ma Esposizione Internazionale D’Arte La Biennale Di Venezia – 2009.

Nel tempo delle catastrofi e delle macerie, come quello che viviamo, l’unica possibilità di sopravvivenza per l’artista sta nel nomadismo espressivo e nella contaminazione dei linguaggi e dei materiali, in un atteggiamento che tende in definitiva alla sola affermazione della sua probabilità esistenziale.

Tutto ciò che comporta necessariamente un rimescolamento di carte che disorienta solo coloro che non si sono accorti della perduta centralità dell’arte, la quale volge ormai la sua occhiata, simultanea, verso molteplici derive, spesso perfino sconosciute al momento dell’avvistamento. Anche quando lo sguardo viene rivolto al suo interno, alla sua stessa storia, scrutando ansiosamente nuove possibilità espressive che rispondono a regole di cui l’artista non dà conto, volte come sono a reclamare in definitiva il suo diritto alla manifestazione e, forse, alla contemplazione. Santorossi è consapevolmente “attivo” in una situazione siffatta all’interno della quale “attraversa con leggerezza” tutti i terreni di una tradizione culturale che appare ormai dispersa e frantumata e che può dunque essere “utilizzata” solo a patto di volgerla semplicemente a “proprio vantaggio”.

Ecco perché nel suo lavoro è possibile riconoscere, con un’uguale ed ineffabile “indifferenza”, la pittura e la scultura, la poesia visiva ed il Ready Made, il progetto e la casualità, la ragione e l’emozione, la storia e la memoria. In questo contesto l’impiego di materiali preformati per usi industriali e l’uso di “preziose” sostanze plastiche, appare allora, per Santorossi, una scelta espressiva forse “inevitabile”, ed assume anche, sorprendentemente, una valenza perfino simbolica e metaforica.

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Numerosi scrittori e critici

si sono interessati al suo lavoro, tra cui Antonella Alban, Franco Batacchi, Angelo Bertani, Luigina Bortolatto, Toti Carpentieri, Stefania Carrozzini, Grazia Chiesa, Giovanni Cordero, Francesco Crosato, Enzo Di Grazia, Enzo Di Martino, Marino Fieramonti, Luigi Lambertini, Carlo Levi, Vittoria Magno, Luigi Meneghelli, Carlo Milic, Luciano Perissinotto, Ugo Perniola, Paolo Rizzi, Enzo Santese, Giuliano Serafini, Ottorino Stefani, Maria Luisa Trevisan, Tommaso Trini. È stato inserito sia in Guida all’arte moderna e contemporanea di Franco Batacchi (De Vecchi, Milano, 1991), che in Arte Triveneta di Ottorino Stefani (Edizioni D’Arte Ghelfi, Verona, 2006).