Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

Ketra – Note critiche

Presentazione critica di Daniela Monti
Presentazione critica di Antonella Federici
Raffaella Ferrari, critico d’arte
Alain Chivilò, critico d’arte

Ketra - BLACK DESIRE, 2013Presentazione critica di Daniela Monti (giornalista Corriere delle Sera) alla mostra personale di Ketra @ Redstampartgallery (Amsterdam)

Introflessioni ed estroflessioni, il dentro e il fuori, la tela che diventa scultura. C’è il “respiro” e il movimento delle opere di Enrico Castellani e Agostino Bonalumi nei lavori presentati da questa artista. Italia, anni ’60. Quell’idea di una pittura a tre dimensioni è solo la base di partenza. Ciò che Ketra ci costruisce sopra è poi risultato di tante suggestioni diverse: il brivido tattile del movimento Skin two, seconda pelle, cresciuto nella Londra anni ’80 che ha sdoganato il feticismo e che, con l’ideazione di “arnesi” di costrizione in cuoio o pvc, ha reinventato in qualche modo le forme del corpo; il gusto per il gotico, per l’estetica che trae la sua forza dall’ambiguità. E la moda, infine, più terreno inevitabile di confronto che non fonte di ispirazione. Eppure è il dialogo con la moda a incuriosire di più. La moda è una rivoluzione continua, a scadenza semestrale; il lavoro di Ketra ha l’ambizione di durare nel tempo, portando avanti un’idea di bellezza – e perché no, di lifestyle – originale, divertita e fortemente allusiva. Ma c’è più di un punto di contatto fra le due:

1) la sensualità dei lacci,

Le modelle di John Galliano, nel 1986, tenevano insieme i corpetti con lo spago; Jean Paul Gaultier con i suoi corpetti di gomma soffocava il seno delle indossatrici in un intrico di corde e nodi. E poi certe scarpe di Manolo Blahnik fatte solo di lacci da avvolgere attorno alle caviglie, strizzando l’occhio (come fa Ketra) al fetish. Garze, lacci, bende. E bustini stringati. E’ l’idea di un corpo che finalmente è stato preso, imbrigliato. Ma insieme – ecco il colpo di coda – più che un prigioniero sembra un bozzolo, da cui sta per nascere dell’altro, una forma nuova, un corpo mutante.

2) Il nudo rivestito, l’esibizionismo habillè

Negli anni ’70 la seduzione era spogliarsi, Yves Saint Laurent nel 1967 aveva lanciato il suo nude look, tutto era trasparenza, gioco del vedo-non-vedo. Poi l’inversione di tendenza: per sedurre ci si torna a vestire e il minimalismo degli anni ’90 dà il colpo finale, mandando la nudità (definitivamente?) fuori moda. Qui siamo ancora oggi, con il corpo diventato una faccenda quasi esclusivamente cerebrale. L’abito sussurra al cervello, è lì che tutto succede, come sussurrano le bambole di Ketra, attrici di una messa in scena teatrale tra reale e immaginario.

 3) Il sesso diventa travestimento

Le sfilate di moda degli ultimi dieci anni hanno imposto uno stile forte, da adescatrici di lusso. Nel 1997 Alexander McQueen per Givenchy e John Galliano per Dior fanno marciare le loro modelle-passeggiatrici lungo passerelle trasformate in viali di periferia con tanto di lampioni o in postriboli. E’ solo l’inizio. Tutto diventa un richiamo esplicito al sesso (a pagamento). Il fotografo cult della moda è Helmut Newton, con il suo immaginario seduttivo affollato di feticci e la sua celebre frase “adoro la volgarità” che è una dichiarazione di guerra verso tutto ciò che è banale e ordinario. Ed è in questa continuità di ricerca che mi sembra si collochi l’opera di Ketra, un altro tassello del quadro che, raccontando le mutazioni dei corpi, riesce a svelare molto di noi stessi.

 

Presentazione critica di Antonella Federici (giornalista) alla mostra personale di Ketra all’Artway gallery (TV).

Ci sarà uno mostra fetish… rizzano le orecchie tutti gli uomini che ci sono nel raggio di centinaia di metri. Nessun sordo, nessun distratto… si girano e ti guardano come avessi pronunciato la frase: «mi carico io il vostro mutuo». Anche di più. Li guardo: scusate, ma vi interessa il fetish?

A chi, a me? Ma no, era curiosità, sa, solo curiosità. E siccome sono curioso, mi dica dove e quando, che magari vengo a dare un’occhiata, tanto per stare al corrente…

Ma l’artista, dietro quei pensieri rossi neri e bianchi, è un angelo. Perchè in realtà solo un angelo può guardare con tanta ingenuità le perversioni (ha fatto la tesi, sulle perversioni umane), di chi vuole essere picchiato, o dominato, o che sa desiderare una donna solo se questa sta dietro un tacco a spillo e una maschera di pelle.

Elena è un angelo, per carità non nel senso di quelli del paradiso – sono buddhista! – ma nel senso di quelle persone meravigliose che nel cervello non hanno nè PREVENZIONI, nè ODI pregressi; non hanno FRUSTRAZIONI nè FALSITA’, di quelle che guardano il mondo così com’è, e lo rappresentano come lo vedono, perchè nell’anima sono artiste.

Nero. Viola. Bianco. Rosso.

Il mondo è nero, nero di cattiveria, nero di dolore, nero di speranze, nero di non-conoscenze, nero di troppa notte nelle anime, nero di troppe occasioni perdute, di troppe paure mai vinte.

Il mondo è rosso. Di sangue: oddio, ma quanto ne circola tra prigioni, ospedali, guerre, omicidi, rivoluzioni, repressioni, epserimenti, vendette… Rosso di rabbia, perchè non riesce a guarire la sua tendenza fatale alla distruzione, all’odio, all’invidia, alla rivalità. In sostanza, alla stupidità.

Rosso di rabbia perchè finge di non vedere, e si strozza nel suo tentativo ipocrita di attribuire a qualche dio che vede la madonna vergine (o odia la donna: LA PIU’ GRANDIOSA TRA LE BUGIE CUI LA GENTE FINGE DI CREDERE); si strozza nelle sue confessioni, rese ad un uomo magari pedofilo che deve sapere i fatti tuoi per farti ricattare dal suo PADRONE (terreno).

Il mondo è viola, per la Quaresima continua che si autoinfligge tentando di cambiare; ma ognuno aspetta che cambi prima l’altro, e il viola non dura solo 40 giorni e non spaventa solo i teatranti…

Il mondo è anche bianco: bianco di immensità, il colore in cui si fondono tutti i colori; è bianco di tutto come la mente della giovane artista che si chiama sì, Elena (che del resto era la più bella del creato), ma che vuole chiamarsi anche Ketra, e Skinky, e Carmilla o Lestat che sia, vampiro di mille anni e di fascino assoluto. Bianco di fantasia in un corpo bellissimo, come Elena, che plasma, crea, inventa… ma rimane chiusa nel suo mondo di timidezza.

Dobbiamo pensarci noi, a servire questa meraviglia: perchè l’artista è quello che ci regala la fantasia che noi non abbiamo. Ed è quella che specifica: «Le mie bamboline sono fetish. Io no».

 

Raffaella Ferrari, critico d’arte, mostra Il femminile, Galleria Castellano (TV)

Scampoli di pelle sintetica, borchie, catenelle (sorta di piercing), lacci di raso o filo, introflessioni del tessuto e estroflessioni, sublimazione dell’elemento oggettuale (corsetti) produce esiti di luminosa resa plastica. Ketra e i suoi bustini, oggetto fondamentale nella storia dell’abbigliamento femminile, reinventato dall’artista in chiave moderna e dal significato che va oltre l’oggetto e la sua funzione, ma diventa simbolo di femminilità oltre la moda e il tempo. La domanda sorge spontanea, cosa c’è dentro il corsetto? U mondo di emozioni scandito dal ritmo del respiro costretto dietro a tensioni rese dai lacci ammorbiditi dalla pelle elastica, la donna e il suo sensuale donarsi, la donna e il non concedersi, un mondo palpitante di sensazioni e sogni al femminile.

 
Alain Chivilò, critico d’arte, intervista Pubblicata nel mensile La Piazza, La Piazzapiù, luglio 2012

 

Elena Pizzato in arte Ketra. C’è un particolare significato in questa scelta?

Mi piace leggere i tarocchi e Ketra fa parte di queste carte. Il suo numero è il XXI e prende il significato di mondo, perfezione e viaggi. L’ho adottata come un personale porta fortuna ed è la motivazione della mia firma.

Cosa rappresenta per lei il fetish?

Il fetish rappresenta un’estetica accattivante e originale soprattutto per la cura dei dettagli. Mi affascina molto la perfezione e la cura del dettaglio che cerca di andare oltre. Sono creazioni stilistiche e concettuali di cui il fetish stesso è pieno. C’è anche un gusto del gotico e del dark che, assieme, creano un’armonia che sento molto vicina. Inizialmente, sin dagli studi accademici, sono partita dall’analisi della chirurgia estetica prendendo in mano materiali quali il silicone, i fili per cucire per arrivare a una seconda pelle che è il pvc. Di conseguenza mi sono avvicinata alla dimensione fetish. Comunque la mia attrazione è puramente estetica.

L’aspetto e il richiamo all’eros e alle sue pratiche è spesso molto mediatico basti vedere cosa propone la tv. Nell’arte spesso diventa provocazione. Qual è il suo pensiero partendo dai suoi lavori?

Il mio obiettivo non è la provocazione, perché mi piace analizzare una cosa che mi attrae. E’ un gioco che riguarda queste mie creazioni ispirate ai corsetti. Apprezzo chi crea provocazione ma in modo intelligente. La mia invece è una situazione allusiva per farti riflettere comprendendo il significato nei dettagli anche successivamente.

Che materiale utilizza per la base dell’opera e nelle estroflessioni c’è un richiamo voluto a Castellani?

Adoro Castellani perché è un grande Maestro. E’ geniale e puro nella sua creazione dello spazio. Dal nulla riesce a creare delle percezioni raffinatissime e delicate. Apprezzo anche Bonalumi con le sue estroflessioni imponenti e forti. Per quanto riguarda i miei lavori ho utilizzato diversi materiali per le mie basi. Essendo attratta dai corpi costretti dentro guaine e dal pvc di queste mise che si utilizzano, ho cercato nell’ambiente delle mistress il materiale più adatto, ossia il pvc elasticizzato. Ha una grande tenuta, è lucido e ha un effetto cromatico e tattile che amo. Considero però maggiormente il concetto d’introflessioni, in quanto la borchia va a incidere la gomma che è all’interno. E’ una sperimentazione opposta a quanto studiato. Inizialmente usavo i chiodi, invece ora un tipo di borchie più curate. L’effetto bombato che inserisco nelle opere parte da un amore per le imbottiture, come quelle sale particolari ad insonorizzazione zero. Sono dunque corpi contenuti di gomma morbida che inserisco.

 

L’esplorazione nel mondo fetish è un capitolo della tua rappresentazione? Eventuali nuovi orizzonti?

Ha rappresentato sicuramente una serie ma ora mi sto concentrando nello studio di materiali, quali il plexiglass e in tecniche fotografiche cogliendo dettagli per renderli evidenti. Per esempio un pannello anche senza lacci, imbottito e borchiato abbinato a una stampa su plexiglass in bianco e nero. Un elemento figurativo unito al pannello di riferimento che creano giuste sintonie. Invece nelle bambole ho creato degli scatti, delle macro atti a evidenziare un aspetto quasi umano in un gioco tra luce e oscurità. Un lavoro fotografico che mi sta coinvolgendo e appassionando. Dunque cerco di variare con altre tecniche per non rimanere a un format riconoscibile. In Art Way, per esempio, ho partecipato ad arti inferiori con l’ideazione di una gamba borchiata e a altre iniziative.

 

Colori quali il nero, rosso, viola e bianco. Cosa significano per lei?

Sono colori che m’appartengono. La scelta è istintiva ed è sentita da me a livello personale. Sono allusivi, perché sono colori anche utilizzati nei vestiti fetish, ma non c’è un significato particolare.

 

Le bambole sono assemblate da te o già precostituite? Che ruolo le assegni?

Le bambole essendo figurative sono più provocatorie, ma le guardo invece come aspetto ludico. Da bambole noiose e tradizionali con pizzi e mise classica passo alle mie aggressive, accattivanti e particolari. Operativamente prendo le bambole tradizionali e le spoglio dandole l’aspetto che preferisco. Cambio il modo di vederle passando da un concetto tradizionale al mio più accattivante. Scatto una foto di com’erano inizialmente e una dopo la mia elaborazione, allegando una carta d’identità descrittiva con un ruolo e nuove passioni . Creo il vestito, il trucco e i capelli. In sintesi rappresento due lati che una persona può assumere.