Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

Note critiche – Ivana FERRARO


  La disseminazione dell’io nell’operare di Ivana Ferraro.
Boris Brollo

L’arte attuale non è che racconto. Oramai ogni artista parte da un sé, quale momento di identità, dentro la storia dell’arte; non più dalla Storia dell’Arte stessa, come in passato, tentando di aggiungersi ad essa per poi distaccarsene cercando una propria autonomia linguistica. Oggi il privato è pubblico; così l’arte attuale fa di sé un momento pubblico partendo da una volontà privata.
Ivana Ferraro non poteva sottrarsi da tale postulato, eccola, allora, ripercorrere la storia dell’arte astratta come sfondo per le sue tele dove colature od esplosioni di colore ci rimandano al movimento di fuga, mentre le spatolate reggono una geometria non euclidea tutta mentale.
Il segno, poi, si muove su una dinamica centripeta quando non si espande inseguendo lo spazio come nella corsa dell’Universo.
Ma è nel racconto, nello descrivere il quadro, che Ivana Ferraro dà il sé. Ella vi scrive sopra queste tele, già di per se stesse finite nel gesto della pittura contemporanea, come in una calligrafia orientale e sopra vi mette il racconto di sé stessa o dei suoi pensieri. Raccolti in frasi striminzite, quali bagliori intuitivi, e questi “segni” divengono portanti al fine della comprensione e dell’opera e dell’autore.
Essi non sono, come in altri autori: Ben Vautier, ad esempio, discorso tautologico sull’arte. No! Qui essi non hanno funzione se non quella di segnale e quindi di coesione del fenomeno che accade nella mente dell’artista nella sua intimità con l’opera. Ecco perché si é parlato di privato che diviene pubblico.
Anche nel suo “tentativo” materico di avvicinamento all’Informale Ivana Ferraro non si sottrae al suo raccontare. Non vi sono esplosioni materiche che ci riportino alla tecnica del Raku giapponese, né vi sono grumi da “chiarire”: illuminare, vi è semplicemente un fare molto vicino alla qualità femminile tipica dell’operare di oggi nell’arte delle donne: cioè quello sviluppo lineare del mettere in ordine, dello “stendere”, così semplice e così profondo nel contempo dato il peso del loro pensiero dovuto alla capacità di procreare.
Ecco quindi la necessità di seminare questa loro “ maternità” simbolica dentro il proprio fare artistico che corrisponde qui ad una disseminazione del proprio io per turbamenti dati dall’opera in sé stessa, senza la presunzione che essa diventi opera per gli altri, bensì segno intellegibile della propria esistenza.

 

 Visibilia / Invisibilia.

Flavia Stara, Ordinario di Filosofia dell’educazione, Università di Macerata.

La poetica del “gesto” è alla base della pittura di Ivana Ferraro. La poetica del“gesto” si compone di incontri e legami che danno fondamento alla vita e contemporaneamente rendono sopportabile la constatazione che nessun incontro è continuamente presente. La mente dell’artista, come quella dello scienziato, funziona secondo un procedimento di associazioni d’immagini, in grado di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile, di cercare in ogni cosa l’assoluto che sfugge e che crea una distanza e un desiderio. Attraverso immagini, materia, colori, concetti, la pittura di Ivana Ferraro testimonia la volontà ad avviare un colloquio costruttivo per una rivalutazione e fruizione della sensibilità estetico-artistica nella cultura contemporanea, per coglierne la crisi e interpretarne le inquietudini. Le indagini visive condotte da Ferraro spesso scelgono di condividere prospettive ermeneutiche socio-culturali volte a definire l’intera gestualità e tutti sensi della persona, il suo essere-nel-mondo con la parola, l’icona, il cromatismo, in un movimento di totale appropriazione delle possibilità che contrassegnano l’esistere storico-temporale. La razionalità del discorso comunicativo e le a-razionali associazioni dei flussi di coscienza privati si mescolano, come in un “bosco”, in un viluppo che allude alla complessità del reale, ma che dichiara anche l’impossibilità a darne una spiegazione.
Ferraro concepisce il quadro come un mezzo di conoscenza, come il luogo in cui tradurre in immagini la propria volontà di esistere e di raccontarsi. Per portare a galla verità celate negli anfratti più reconditi dell’animo, si affida a un interrogarsi multiforme sui fondamenti veritativi che istituiscono la trama esistenziale: un porre in questione la possibilità stessa delle relazioni umane, un esercizio del sospetto verso tutti quegli elementi che  isteriliscono e mortificano la progettualità umana. La sensibilità di Ferraro è pulsante e restituisce al visibile un urto con l’ordinaria visione del mondo, l’esperienza che “commuove” l’occhio e la mano dell’artista consente al fruitore di ricercare, nel tessuto specifico delle sue tele, l’incontro con un soggetto multiplo, inquieto, soggetto minimo rispetto a quello dei “pensieri forti”: un soggetto che si fa sempre più “io” privato e meno soggetto pubblico, ma senza mettere in ombra il suo statuto problematico. Il segno e il colore sono modalità autentiche attraverso cui ipotizzare la costituzione di un nuovo mondo, strumenti per propiziare una sorta di palingenesi: in questo senso la poetica del “gesto” si rivela portatrice del “seme di futuro” e apre alle coscienze un mondo virtuale. L’artista offre al suo pubblico la gioia e l’ebbrezza dell’affabulazione e della creazione.
Declinando e coniugando assieme materismo, tachisme e gestualismo, ciascuno di essi in misura diversa secondo la necessità del momento espressivo, Ferraro congeda opere che solo apparentemente sono di pittura informale, caratterizzata dalla mancanza del netto rifiuto della forma, che viene interpretata attraverso elementi grafici polisemici riconosciuti come “segni”.
La sua precedente lunga esperienza pittorica formale, attraverso elaborazioni, contaminazioni, ulteriori ad ogni circostanza di mero esercizio gestuale – segnico – materico, nutre la ricchezza cromatica di questi dipinti che si realizza attraverso tali sedimentazioni, entro le quali s’accende in episodi molteplici inseguendo la definizione di forme alquanto simboliche, espressioni di un simbolismo segreto e intimo, imperscrutabile, persino psichicamente criptico. Un cromatismo dunque mai di prima mano, ma decantato, eroso di traccia, intriso nella materialità della coscienza dell’artista che esce dal mondo per riconquistare la magia del mondo, che percepisce un tempo sospeso tra lo stupore della perdita e la tensione del desiderio, alla riconquista di una policromia che divora ogni spazio da percorrere. La poetica del “gesto” invade la tela con una sequenza di pennellate energiche, spazzolate di colore, in alcuni casi vere e proprie sciabolate.
Nelle tele di Ferraro si intuiscono itinerari molteplici, possibili tracce di emozioni ri-vissute quali autentici segni di una storia interiore, le cui radici affondano nel remoto dei tempi. La consapevolezza dei retaggi antropologico-culturali e mitico-onirici e la ricerca di un carattere originario dell’umano sono ben percepibili nel sortilegio delle luci-ombre, nelle torride evidenze di tutti i gialli e tutti i rossi che si lacerano su orizzonti tormentati, negli azzurri vibranti e nei verdi abisso che riemergono tra grandi segni neri, nei graffiti-grafemi della memoria che s’accampano prepotenti o disvelano squarci di altre solitudini, nei frammenti di tonalità perdute.
Il lavoro di Ivana Ferraro s’incunea tra una forte simbologia esistenziale e l’energia trasfigurante del colore. Una materia cosmica che non si richiude su se stessa, ma si gonfia, esplode, si frantuma nel condividere e rinnovare modi e motivi per la ricerca di una fecondità artistica riconosciuta eticamente come principio stesso della comunicazione umana: in un gioco di temi e forme che delineano l’anthropos nella sua radicale incertezza, ansia e tensione, ma anche nell’impegno e nella “chiamata” a costruire ponti, a tendere reti, a indicarsi percorsi che permettano di ridare senso al proprio vivere, al proprio operare, al proprio costruire storia.

 

 

La dialettica del colore e la contemporaneità

Mimmo Legato – Docente presso il Liceo Artistico di Cosenza

Il modo di fare arte di Ivana Ferraro,  nonché la sua sobrietà comportamentale, mi consente di esplicitare con serenità un pensiero su questa “avventura umana” che si nutre di paradossi, spiazzando con la sua ridente contemporaneità la mente dell’artista. Il titolo che ho voluto dare alla mostra e al testo che ne accompagna la curatela recita testualmente, “ La dialettica del colore e la contemporaneità “. Un percorso artistico che  ritengo  qualifichi e valorizzi gli aspetti contenutistici della frase, disvelando con preponderanza ,nel lavoro dell’artista,  il ruolo della luce cromatica , che si dipana sul supporto ,senza essere guidata , germinando  la configurazione pittorica . Appare metaforicamente la composizione,  una specie di colata lavica che colora lo spazio pittorico coinvolgendo e sprigionando la fantasia  e l’immaginazione dello spettatore  .

Il ruolo del colore , fin dall’antichità, ha svolto un ruolo fondamentale nell’arte , conferendo all’opera  l’effetto stimolante ,introducendo il fruitore nel mondo e nello stile dell’artista. In tutti i periodi storici , il colore ha permesso ai vari geni dell’arte di esprimersi al meglio, soprattutto dopo il periodo impressionista.

Infatti erano gli IMPRESSIONISTI nel 1874 ad operare quella cesura con l’arte del passato, introducendo un nuovo organigramma pittorico che si basava sullo studio della luce e della pennellata rapida, immediata . E’ li che si instaura  un nuovo rapporto tra l’immagine e la pittura, l’antitesi tra il colore e la forma,  entrambi sfumati e non completati. Già si parlava di astrazione, con l’avvento dell’espressionismo poi , quel movimento contrario all’impressionismo, che interpretava la pittura con gli occhi dell’anima, si acclara definitivamente quella linea introspettiva d’occidente che porta direttamente all’astrattismo di Kandinskij e al cubismo di Picasso e Braque.

In base a questo breve riesame,” la dialettica del colore “ diventa  per Ivana Ferraro voce di libertà ,linguaggio  espressivo , interprete non più del tratteggio della natura , dell’uomo, della realtà, elementi fondativi dell’antichità ,ma lucida narrativa tra spiritualità, distacco e comunicazione. Il colore nell’arte  assume un’indagine emotiva , sappiamo che i colori caldi avanzano , quelli freddi arretrano. Questo succede  se si rispetta la severità delle scale cromatiche, vale a dire la grammatica e la sintassi del tracciato. Tutto ciò non avviene  nella pennellata dell’artista in quanto le cromie  da lei rappresentate assumono non la mera struttura   bensì il concetto , animando così l’artificio della scena pittorica. Imprendibile e sfuggente, rappresentata dal potere suggestivo e magico del colore.

Ma che cosa sono le forme nell’arte ?  Nella realtà sensibile è forma tutto ciò che ha un contorno, con il quale un oggetto o un organismo si differenzia dalla realtà circostante , e nel quale si definiscono le sue caratteristiche visive e tattili. Ferraro nel suo lavoro sviluppa attraverso il colore una nuova configurazione oggettiva . Non più l’ordine certo della creazione , ma semplicemente l’ambiente dell’esistenza umana. Un’immagine  del mondo ,determinata dalla mente, come si pensa che sia o come si vorrebbe che fosse

E’ la contemporaneità che Ivana Ferraro interpreta senza fronzoli  in modo sapiente. E’ il nuovo processo analitico  che germina nelle sue opere combinate,  ricche di contenuti mass-mediali e di materiali variegati, dal ferro al legno  sino agli stracci ,l’apoteosi.  Ferraro ha azzerato completamente , in modo inequivocabile, la teoria della forma analitica  per acquisire , attraverso l’approfondimento, la rivoluzione epocale dell’arte , una nuova impalcatura scenografica che mira all’ ampliamento della composizione.

Ivana Ferraro  , a mio  parere, è  ascrivibile nel registro dell’arte del presente.  Fa parte del nuovo protocollo analitico e visivo ,tant’è che dalle sue opere emerge un’ornamentazione sintetica  ma  fluida,  uno stile combinato  parimenti armonico ed estetico . Certo il fruitore ha bisogno di riflettere davanti alle sue opere ,non è  il quadro cartolina da stanza da pranzo, merita un’osservazione attenta e approfondita per cogliere la poesia e ascoltare la lirica dei contrasti cromatici sino a sconfinare  nel sogno.

Il suo stile raffinato ,sottile  a tratti delicato nel trasmettere  i contenuti emozionali  non inganni perché la forza del colore e l’azione gestuale genera in lei una reazione determinante , decisiva  nel rapporto  col suo mondo, col suo essere.

Ogni linguaggio, ogni gesto pittorico ,al di la degli stilemi, diventa sempre traccia esistenziale , traccia di tutta l’interazione tra realtà , sollecitazione , sensibilità e le stanze dell’io. Perché solo l’artista, proprio perché tale,  sa esprimere e oggettivare attraverso l’azione creativa , rendendo concretamente visibile al mondo l’espressione della propria passione, delle proprie emozioni.

La dottrina cromatica , le scale serializzate delle varie gamme ,manovrate dalle mani sapienti dell’artista,   rappresentano l’arte della parola , il cosiddetto fraseggio della lingua parlata , il modellato delle idee e dell’anima  che rendono visibile l’invisibile. Ivana Ferraro rappresenta tutto questo, un’arte che non può fare a meno dell’arte.