Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

Note critiche – Gian Paolo LUCATO

PELLE 2

Da qualche anno sto lavorando con la fotografia come strumento che cattura una porzione di realtà (paesaggio) che poi trasformo.
Recentemente sto indagando la fotografia in senso ontologico, approfondendo la sua natura e ciò che rappresenta per il fruitore.
A questo proposito ho realizzato alcuni lavori chiamati “pelle” nei quali tolgo, o meglio, sollevo, svelo, la pellicola superficiale per vedere quello che ci sta sotto: mostrando il processo chimico del negativo-positivo, gli strati della quadricromia o altro, come degl’impercettibili sommovimenti della immagine che ne mina l’integrità. Svelo, quindi, la vera dimensione della fotografia nel senso materiale: una superficie piatta di carta plasticata, non quindi una finestra da cui immergersi in un mondo concreto.
Il disvelamento apre, però, un nuovo scenario nel quale il “sotto” viene trasformato da un intervento la cui dimensione immaginativa rimanda ad altre significazioni.
Il risultato è un gioco di scatole cinesi dove si perde ogni dimensione di spazio e di tempo.
In alcuni casi, quando si produce un taglio verticale e i lembi sono sollevati, c’è un richiamo a Fontana, nell’infrangere il rettangolo-finestra che era resistito fino ad allora.
Alcuni di questi esempi si realizzano in modo virtuale, cioè con una superficie integra, che mostra delle “ferite” finte; ancora una volta si verifica il gioco dell’inganno.

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Vilém Flusser, nel suo saggio: “Per una filosofia della fotografia”, definisce la fotografia una superficie significante che riduce astrattamente in due dimensioni la realtà tridimensionale.
Questa formulazione conferma concettualmente e avvalora la mia concessione. Difatti, Il mio modo di procedere, parte dall’idea di fotografia come superficie sulla quale intervenire elaborandola. Applico delle tecniche di ripartizione dello spazio in un ordine geometrico e, su questa griglia, gioco con la luce, dando maggiore o minore intensità, a secondo del risultato desiderato. In genere ottengo l’effetto di rilievo che contrasta con il paesaggio che solitamente suggerisce la prospettiva. Ne risulta un’immagine trasfigurata, cangiante, vagamente caleidoscopica. L’illusione ottica di concavità, determinata dalla prospettiva, viene ribaltata con un esito di superficie convessa.

Gian Paolo Lucato

Gian Paolo Lucato: Note critiche

In tempi di immagini onnivore, Lucato affida alla fotocamera e al computer il compito di rielaborare strutture figurative composite, dove paesaggi immacolati e stralci di opere d’arte classica stanno in sequenze dal ritmo continuo, secondo criteri di somiglianza o contrasto, sul filo di tematiche letterarie chiamate a dare un senso più completo alla rappresentazione.

L’autore vanta una nutrita esperienza nel campo dell’arte sperimentale: l’innovazione gli si addice quindi per scelta convinta e altrettanto la ricerca senza reticenze di filoni multiformi, al cui interno attualità e classicità, spinte di rinnovamento e radici storico-artistiche siano offerte in un costante legame, sia per assonanza che per contrapposizione.

Nelle sue composizioni Lucato inserisce anche brevi brani d’autore, spaziando da Orazio a Tasso, da Goethe a Holderling: parole assunte nella loro valenza culturale di scrittura esplicativa del concetto  chiave al quale fa riferimento ogni singola opera; tuttavia, se lette quali grafemi completamente svincolati dal contesto iniziale, esse costituiscono un ulteriore elemento di decorazione, tutto visivo.

Le soluzioni figurative di questo autore sfruttano, in un certo senso, il carattere di calligrammi e quello di fotomontaggi, presentando una realtà concreta e nello stesso tempo virtuale, concettuale o semplicemente percettiva. Abbiamo così, tra le altre, le successioni di vedute dolomitiche ispirate al De rerum natura, che racchiudono al loro interno inserti di tele del Giorgione: le equilibrate prospettive del paesaggio rinascimentale, cui si aggiungono profili di volti e sezioni di corpi, sono intese come un preciso apporto alla lettura della fisica epicurea di Lucrezio; e ancora, i frammenti di pittura fiamminga, incastonati in squarci di natura tropicale, o i suggerimenti tiepoleschi ripresi dagli affreschi di Villa Cordellina di Montecchio Maggiore, che, accompagnati da versi del Tasso, sono posti sullo sfondo di altri paesaggi esotici.

Non mancano perciò accostamenti audaci, di problematica comprensione: e se Goethe è ben leggibile, impaginato in una scena naturalistica di tono romantico, risulta sorprendente il reiterarsi in controluce della leonardesca Gioconda tra le conifere immerse nella luce autunnale.

Accattivanti e più chiaramente intelligibili alcuni puzzle, dove lo sfondo si fa più aereo e meno impositivo: bello il ripetersi del gruppo canoviano di Amore e Psiche sul filo conduttore della Metamorfosi di Apuleio, o il Postridie, ispirato alla distruzione delle torri gemelle, insieme di fotogrammi quasi nebulosi, da cui traspare una vena di malinconia.

Trans-locazioni e trans-locuzioni si alternano a strutturare queste sue vicende, letterarie non meno che figurative, attraverso le quali egli compie una personale commistione di generi, una contaminazione di contenuti espressa in un’apparente contaminazione di linguaggi, in realtà il linguaggio fotografico fonde in sé, nel carattere trasfuga dell’oggetto riprodotto, ogni altra forma espressiva. Va sottolineato inoltre come le fotografie scelte da Lucato siano di tipo industriale, immagini ad alta definizione, sterilizzate in forme perfette, il che rende di assoluta attualità le sua proposte; e poiché quanto si produce in campo artistico è figlio e specchio del tempo che lo genera, le opere di Gian Paolo Lucato, algidi paesaggi abitati da antiche memorie, sono artifici d’arte in cui il nostro oggi si può pienamente riconoscere, non senza qualche inquietudine.
Resy Amaglio
Courtesy: gall.Artbug Bassano d. Grappa (VI)

Mostra di Viterbo, aprile 2003


Gian Paolo Lucato ricorre a una sorta di anacronismo fotografico, includendo in scene naturali testi citati o dettagli di riproduzioni da opere pittoriche del passato; da luogo così alle sollecitazioni, o ai disturbi, di cui abbiamo quotidiana esperienza nei media e nella scena urbana, con la sovrapposizione di immagini di secondo grado sulle visioni della realtà.
Mirella Bentivoglio

Dalla mostra:
FOTOGRAFIA tra astrazione e surrealtà
Galleria Miralli Viterbo 2003 aprile

Paesaggio: FOTOGRAFIA DELL’ANIMA
a cura di BORIS BROLLO

“GP. Lucato in questa mostra presenta una serie di suoi fotomontaggi sul paesaggio che reca al suo interno dei versi di poeti classici. L’integrazione fra visione e testo non è necessariamente coordinata, anzi proprio per questo essa crea spesso un cortocircuito mentale che avvia una lettura divergente e per tale motivo intrigante. Il paesaggio spesso è pure legato ad immagini di figure scultoree che rappresentano per fama il luogo di cui sono ospiti, e quindi resta tutto sospeso su un piano mentale, ecco da che discende il titolo Paesaggio dell’Anima.”
Boris Brollo

Il paesaggio è il soggetto preferito dai principianti e dai grandi maestri, esso è la finestra nella quale diamo sfogo alle nostre passioni, speranze, ambizioni, velleità.

E’ il soggetto dei concorsi “extemporanei”nei paesi di provincia e non solo, è il tema in cui si cimentano: pensionati, bambini, disturbati mentali, reclusi.

E’ sicuramente teatro delle nostre pulsioni, materializzazione del nostro sentire profondo: è il corpo dell’anima.

Metafora della nostra esistenza, diventa campo d’indagine prezioso per psicologi ed analisti, corpo da squartare, sezionare, leggere, indagare.

Nulla è più generico e diffuso, conosciuto, apprezzato ed amato. Pane quotidiano dei pittori dall’Ottocento in poi.

E’diffusissimo nei luoghi in cui viviamo, necessario al completamento dell’arredamento di qualsiasi livello sociale.

Il mio paesaggio accoglie: umori, idee, sensazioni, messaggi, come un gran palcoscenico.

E’ il luogo d’incontro e di scontro, dove “circuitano” i vari elementi della composizione e  prendono corpo i moti dell’”anima “.

Molti anni fa ho trattato l’argomento con la pittura, dando una connotazione simbolica di tipo sociale. Il paesaggio era spesso farcito di corone d’alloro, salvagenti, bandiere. Metafore della vita contemporanea con una vena d’ironia.

In seguito mi sono servito di manifesti pubblicitari di paesaggi di grande formato nei quali ho effettuato degli interventi pittorici o fotografici personali con lo scopo di mettere in crisi il “clima di sogno” originario.

Più recentemente ho utilizzato dei poster (quelli che si usavano per arredare le stanze dei bambini).

Sono immagini molto curate in cui la natura sembra incontaminata, non c’è presenza umana, luce perfetta, colori armoniosi,  cieli profondi e cristallini. Un mondo irreale, direi artificioso, falsato.

In quest’occasione ho spesso inserito dei lacerti di pitture antiche: Giorgione, Correggio, Rubens, ed altri, allo scopo di giocare tra presente e passato, fotografia e pittura; cercando assonanze cromatiche e formali al fine di ricreare una nuova identità al paesaggio.

Nell’ultimo periodo, adottando nuove tecniche: computer e fotocamera digitale, ho prodotto delle foto di paesaggi domestici animati spesso da figure mitologiche ricavate da stampe antiche.

Qualcosa di simile a Manet che rendeva moderni i soggetti antichi e conferiva  antica dignità a temi contemporanei.

Infine la parte testuale, elemento centrale del quadro, è spesso una citazione da testi classici e rappresenta il “verbo”, la parola dell’”anima”, ciò che suggella e definisce il senso dell’opera.
Gian Paolo Lucato

BARCHESSA MANIN di Montebelluna, aprile 2005