Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

Note critiche – Gianfranco GENTILE

Gianfranco GENTILE

IL FASCINO DISCRETO DELLA CIVILTA’ DELLE MACCHINE

DA UN PESO SPECIFICO ALL’ALTRO O DEGLI SPECIFICI PESI….

ANALISI DI MERCATO a cura di Sandro Orlandi

ARCHEOLOGIE INDUSTRIALI di Patrizio Peterlini

PELLEGRINO INTELLETTUALE

Alice ZAMBERLAN

54ª BIENNALE DI VENEZIA-Padiglione Italia

 

 

IL FASCINO DISCRETO DELLA CIVILTA’ DELLE MACCHINE

2005 - Gianfranco GENTILE  Reperto #24 Vi può capitare d’incontrare Gianfranco Gentile, artista a 360 gradi – musicista, pittore, architetto, poeta, grafico – in veste di cercatore di tesori. Con un ginocchio appoggiato sugli sterpi, chino a fotografare reperti che per lui hanno un valore unico: vecchie macchine agricole abbandonate,  trattori e trebbiatrici che coi loro rugginosi musi sembrano sorridere al novello Indiana Jones, motori che han smesso di funzionare, carcasse d’auto scrostate e polverose, accatastate l’una sull’altra dagli sfasciacarrozze, ma anche veri e propri gioielli d’automobili del tempo che fu, come la mitica Rosengart, la cui allure da vecchia e gloriosa signora della corsa è fuori discussione. Metalli come il ferro o il rame e le loro fascinose patine d’ossidazione sono, agli occhi di quest’artista innamorato dell’archeologia industriale, materiali preziosi, ormai rari, come animali in via d’estinzione che gli sia dato d’incontrare – per pura fortuna – in un safari fotografico, dopo averli a lungo cercati e inseguiti. Vecchi marchingegni, rubinetti industriali, condutture e ruote dentate, congegni obsoleti e velati dalla patina del tempo, fabbriche dismesse, cartiere abbandonate assumono un valore memoriale pari a quello di un frontone greco, di una statua romana, di un rosone intagliato, di un pinnacolo o di altro elaborato fastigio d’una magnifica cattedrale gotica.

La meraviglia sta nello sguardo di chi osserva, nel filtro della memoria con cui ci si accosta a pezzi che racchiudono una parte della nostra storia, tradizione e cultura materiale, di un passato più o meno remoto o vicino a noi, iscritto nella nostra stessa identità.

Le opere di Gentile evocano un intero universo perduto. L’abbandono di miriadi di “pezzi” appartenenti al mondo della fabbrica o del lavoro dei campi, la loro obsolescenza, il mancato utilizzo odierno non riescono – ai suoi occhi e, per suo tramite, anche ai nostri – ad appannarne l’attrattiva, anzi la accrescono. Neppure l’oblio del nome di questi attrezzi e componenti meccanici e il mancato riconoscimento della loro funzione (un tempo invece nota a tutti gli appartenenti al mondo del lavoro), neanche l’aver cancellato dal linguaggio corrente i termini lessicali che li designano e l’aver condannato queste apparecchiature al silenzio e all’inattività bastano a distruggere il fascino discreto della civiltà delle macchine. Né a tacitare l’eco del rumore delle prime fabbriche, in cui la tecnica – guardata allora con un misto di sospetto e ammirazione – non aveva ancora mostrato in tutta la sua estensione il volto disumano di una completa signoria e di un dominio insopprimibile sul “fattore umano”, il suo essere non un mezzo ma un fine in se stessa, mirata al proprio incessante autopotenziamento.

Guardando le opere di Gianfranco Gentile viene alla mente la fase dell’industrializzazione tardo-ottocentesca  e primo-novecentesca, la “civiltà delle macchine” della metà del XX secolo, e si è presi da un’attrazione per qualcosa che ha il sapore di un’operazione nostalgia, legata ad una perdita senza possibilità di un “a rebour”. Agli antipodi rispetto all’esaltazione modernista della potenza della macchina, l’artista si concentra sulla valenza estetica degli apparati tecnici del passato, lasciando emergere la sensualità latente dell’ingranaggio (si pensi all’opera intitolata Labbra cremisi, denti d’acciaio), la bellezza intrinseca delle macchine, e – attraverso l’irresistibile attrattiva del dettaglio messo a fuoco da un’ottica lenticolare – riporta alla luce il potere seduttivo esercitato da una meccanizzazione ancora controllata dall’uomo in un’epoca non così remota, eppure irrimediabilmente trascorsa, in cui era ancora la mano dell’operaio a mettere in moto le macchine, manovrare gli strumenti, abbassare leve, girare rubinetti, avvitare bulloni, ruotare manovelle, premere interruttori, verificare i materiali.

Ciò che attrae nelle opere di Gianfranco Gentile è anche la loro peculiarità tecnica, la sorpresa generata dall’utilizzo di materiali poveri e leggeri per ricavarne effetti di grande realismo. Il metodo di lavoro è originale e richiede virtù d’ascendenza certosina: le opere sono infatti disegnate su comune cartone ondulato da imballo, dipinte a mano sulla superficie liscia con pastelli e tecniche miste (ossidi, vernici, cemento, catrame, oli riportati a “secco”), poi intagliate con il cutter nelle parti non dipinte, in modo che affiori lo strato di onduline sottostante e che il contorno del congegno raffigurato emerga con straordinaria potenza ed effetto di tridimensionalità dallo sfondo. Si attua così una sorta di camouflage o metamorfosi del mezzo: il fragile e deperibile cartone assume le sembianze del ferro, ne simula le caratteristiche di corrosione e ruggine, a fronte dell’usura del tempo e delle ingiurie delle intemperie; il colore a pastello ripropone il cromatismo sommesso e pacato delle vernici scrostate e sbiadite; la rigatura verticale del supporto, con la sua ondulata profondità, allude alla tridimensionalità concreta dell’oggetto raffigurato.

Si tratta di un’operazione sottile di segno analitico che non va a sostituirsi al compito dell’archeologia industriale, che non sottende il recupero dei reperti materiali (al più ne auspica la salvaguardia, demandata a chi la può attuare), ma ne ripropone le immagini come icone della modernità, al pari delle Marilyn e delle Campbell Soup di Warhol o delle lucidatrici di Jeff Koons, ma di una modernità di ieri, pre-contemporanea. Come su un tavolo anatomico, la macchina o l’architettura dismessa è dissezionata dall’occhio selettivo dell’artista in un inventario minuzioso di elementi – ombre e luci comprese – ciascuno dei quali ha una bellezza intrinseca e nel contempo partecipa al fascino dell’insieme. Vengono così proiettati in primo piano, accanto ad intere strutture industriali – come capannoni e fabbricati industriali, cartiere e stazioni frigorifere realmente esistite – dentelli, viti, bulloni, tubi, ghiere, bielle, giunti: particolari talvolta minuscoli ingigantiti dallo zoom del ricordo e di uno sguardo curioso e attento, piuttosto che da quello delle fotografie digitali che l’autore scatta nella fase di ricerca sul territorio, che precede la realizzazione vera e propria dell’opera.

Più che una poetica del frammento, a guidare l’artista è però la fascinazione dell’insieme, perché – come avevano già avvertito i filosofi, Gunther Anders al pari di Martin Heidegger – “non esistono apparecchi singoli. La totalità è il vero apparecchio. Ogni apparecchio è, dal canto suo, solo una parte di apparecchio, solo una vite, un pezzo del sistema degli apparecchi (…). Il sistema di apparecchi è il nostro “mondo”.” Anche se decontestualizzato, enfatizzato, il dettaglio rinvia ad un mondo, ad una tecnica percepita come “ambiente” in cui l’uomo si muove, ad un “macroapparecchio” che è il sistema tecnologico che nel suo insieme individua e identifica  un’epoca e condiziona e determina uno stile di vita.

La forza suggestiva delle opere di Gentile evoca dunque un intero mondo della cui bellezza abbiamo forse usufruito inconsapevolmente e che solo nell’arte oggi ci è dato di ritrovare. Ma la scelta dei soggetti raffigurati induce alla riflessione critica sull’ieri e sull’oggi, in vista di un futuro praticabile che non può prescindere dal rapporto tra l’uomo e la tecnica.

Elisabetta Bovo

Giornalista, storica e critica d’arte, Docente di Iconografia, Iconologia e Filosofia dell’immagine

 

DA UN PESO SPECIFICO ALL’ALTRO O DEGLI SPECIFICI PESI….

2008 - Gianfranco GENTILE  Orbis TecnicaMi chiedo quanto peserebbe la Tour Eiffel se fosse riprodotta in scala 1:1 su cartone!
Quanto: ogni trave, bullone, vite debitamente oliata o ossidata o ancora…. restaurata?
Quale il suo carico di rottura?
Quante case, città, cattedrali in cartone con le sembianze di un peso specifico simile alla pietra, al ferro, al vetro.
Quante automobili, treni, navi, aerei, tutto tutto tutto in cartone o nel cartone.
Mimesi?
Forse… se mimesi vuol dire imitazione della realtà e la realtà una pallida imitazione del mondo delle idee.
Si le idee… o l’idea.
Accantoniamo per un attimo il recupero di un’archeologia industriale; i “Tempi Moderni” alla Chaplin, le nostalgie ferrose, dove la ruggine e la polvere mimano la fine del sogno occidentale di una lontana rivoluzione industriale oramai al capolinea.
L’idea di Gentile è quella di usare il cartone come “Medium” del mondo.
Far diventare ferro il cartone, o veder ferro nel cartone. Trascrivere con la pazienza
di un monaco il carattere di materiali opposti per vocazione.
Ossidi, vernici, cemento, catrame, olii riportati a “secco” su contenitori a perdere (cartone) per non ri-perdere la radice o le radici della “forma”; se la forma poi scompare….
Gentile rida corpo ad un altro corpo; restituisce peso ad un peso che non è piu’ funzionale o che si è perduto. Egli è testimone e ci fa testimoni di un disseppellimento della memoria attraverso lo sguardo; lo sguardo “strabico” e traditore della pittura.

Marco Gradi
La Tenda Rossa

ANALISI DI MERCATO a cura di Sandro Orlandi [Su^]

2009 - Gianfranco GENTILE  Robot Jacquard Il lavoro di Gentile, pur nella normalità del materiale usato, esprime una forza inconsueta: le sue macchine appaiono più vitali e funzionali di quanto esse lo fossero in realtà. Operazione originale e straordinaria la sua che il mercato ora sta scoprendo e soprattutto valorizzando.

Il tema dell’archeologia industriale trova in Gentile l’interprete più originale ed entusiasta. Le sue macchine tornano a nuova vita attraverso una mirabile operazione di recupero formale. Il futuro riserverà molta soddisfazione a chi avrà creduto nel suo geniale lavoro.

Non si può non ammirare la capacità di Gentile di far rivivere a nuova vita i reperti di archeologia industriale, da lui accuratamente scelti, con materiali obsoleti ma con una tecnica del tutto originale. Il mercato sicuramente lo premierà.

La pittura di Gianfranco Gentile è raffinata, pulita ed eseguita con padronanza assoluta della tecnica. Lavori di grande forza evocativa e comunicativa stanno in bilico fra la celebrazione positivista dell’evoluzione della meccanica e la fatiscenza che caratterizza l’archeologia industriale. Estremamente contemporaneo e innovativo, l’artista ha davanti a se enormi prospettive di crescita sia economica che artistico/culturale. Il consiglio è di acquistarlo subito e non un solo lavoro.

Gianfranco Gentile è un artista che merita i riconoscimenti che il mercato gli sta conferendo. La sua tecnica raffinata si affianca ad una intelligenza creativa originalissima, che si esprime nell’uso dei materiali e nelle tematiche trattate. Le sue opere sono da comprare ora perchè sono bellissime e perchè rappresentano una scommessa facile da vincere.

Le archeologie industriali di Gianfranco Gentile non si presentano come leziose operazioni di pittura iperrealista, ma scavano nelle forme meccaniche e degli insediamenti industriali trovando lembi di realtà che talvolta appaiono come elementi astratti. Proprio i lavori più “duri” risultano quelli qualitativamente più validi e importanti.

Con già all’attivo le prime due mostre personali all’estero (Lugano e Bruxelles), Gianfranco Gentile sta sempre più affermando la sua originale pittura iperrealista nel mercato dell’arte. Geniale, creativo e tecnicamente bravissimo, l’artista trasforma banali pezzi di cartone in opere d’arte sopraffine. La crescita costante delle quotazioni, ancora estremamente competitive, suggerisce di acquistare subito le sue opere.

Freschezza e originalità caratterizzano il lavoro di Gianfranco Gentile, nonostante il tema trattato sia quello dell’archeologia industriale. Grande capacità tecnica e supporti originali fanno delle sue opere autentici capolavori. Sicuramente un artista su cui investire.

Gianfranco Gentile è un artista geniale e bravissimo contemporaneamente: sembra una banalità ma non sempre chi sa usare bene la mano sa usare bene anche la testa e viceversa. In crescita costante negli ultimi tre anni, l’artista si acquista oggi a quotazioni molto al di sotto delle potenzialità espresse con la sua arte. Un artista emergente su cui investire in modo deciso.

ARCHEOLOGIE INDUSTRIALI di Patrizio Peterlini [Su^]

2007 - Gianfranco GENTILE  Elettrico Rosso “Canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche, (…) le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi, i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, (…) le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi (…)
dal Manifesto Futurista di F.T. Marinetti

Come è lontano, nell’opera di Gianfranco Gentile, quel fervore, quell’esaltazione della meccanica che aveva così fortemente contraddistinto il futurismo e che ha così a lungo influenzato il novecento. E come è altresì lontana la mitologia fantascientifica, popolata da macchine antropomorfe, costruita su un immaginario carico dei fantasmi di schiavitù, dominazione e sfruttamento che trova in HAL, il computer astronave di “2001 Odissea nello Spazio” la sua massima espressione.

Si, tutto questo è lontano, è archeologia, e come tale ci è presentato da Gianfranco Gentile nel suo lavoro di scavo della memoria. Reperti che ci restituiscono tutta una civiltà, una organizzazione sociale, una struttura di pensiero che riecheggia nel lavoro di Gentile, ma che non è mai messa in primo piano, mai sbandierata.

In questo i lavori di Gentile mostrano un particolare pudore. Sono molto raffinati, puliti, eseguiti con padronanza assoluta del mezzo espressivo e grande tecnica. Sono lavori fortemente comunicativi ed evocativi, ma ciò che soprattutto sorprende è che non concedono nulla alla retorica positivista o luddista legata alla evoluzione della meccanica.

E’ un nuovo immaginario, quello che ci viene proposto dall’artista veronese. Un immaginario semplice, fatto di piccole cose, di particolari, di oggetti dismessi e polverosi. Sono oggetti forse inutili, sicuramente inutilizzati, spesso arrugginiti e cadenti, ma assolutamente per niente decadenti.

Le macchine di Gentile sono vecchie signore, ancora belle per la memoria che ci restituiscono. Sono ricordi impreziositi da una patina di nostalgia. Reperti, metodicamente catalogati ed inseriti in una serie con l’amore e la cura che contraddistinguono gli album di fotografie di famiglia. Strane perle di una sorprendente collana.

L’occhio di Gentile ci restituisce il dettaglio, il particolare di un vecchio gioiello che riemerge da uno scavo. L’irregolarità dell’avvitamento di un bullone, la semplicità delle linee che costituiscono la struttura massiccia del macchinario, il dettaglio della dentatura di un ingranaggio, in buona sostanza la sorpresa estetica del particolare. Sono queste le pietre angolari della pittura e della poetica di Gentile.

Ma soprattutto è un lavoro che non indugia in psicologismi e/o barocche macchinazioni teoriche.
La macchina ha sicuramente rappresentato per tutto il secolo scorso il doppio dell’uomo, la sua anima ma anche il suo incubo. Ha catalizzato le speranze di generazioni di esseri umani, ne ha materializzato il loro fantasma autodistruttivo, ha offerto la base per grandiose e utopiche rivoluzioni, sia politiche che sociali, ha fatto da riferimento a molte speculazioni filosofiche. Ma in queste opere, che a un primo sguardo superficiale sembrano inserirsi in questa serie, tutto questo non trova spazio.

Le macchine di Gentile sono esattamente ciò che si vede: decorazioni di un involucro, decorazioni di scarti d’imballo. Vecchi paramenti di una altrettanto vecchia, vetusta e superata civiltà industriale. E’ nella scelta del supporto che l’autore ci offre la chiave di lettura fondamentale di tutto il suo lavoro di ricerca e di archiviazione. Le macchine non sono altro che vecchie scatole vuote. Imballi che hanno certamente contenuto tutto l’immaginario sviluppato nel secolo scorso, ricco di proiezioni antropomorfe, di tutte quelle suggestioni che ho ricordato, ma che attraverso le visioni di Gentile perdono tutte queste sovrastrutture per offrirsi semplicemente come belle immagini.

Un bello che indugia sulla forma e che, attraverso l’uso di colori terrosi e dei tagli di luce, si ricollega alla più grande e secolare tradizione delle nature morte. Ma che grazie a questo sguardo disincantato, che restituisce all’oggetto rappresentato la sua immediata fisicità, ci guida nella spogliazione dell’ideale. Della macchina non resta che una pura forma geometrica, addolcita dalla nostalgia e dal ricordo di un tempo lontano, ma pur sempre pura forma. Ed è in questo gusto della forma che si avverte l’unico collegamento con la memoria personale dell’artista, con la sua vita privata e professionale, che lo vede impegnato nella realizzazione di scenografie e di oggetti d’arredo. Quelle rappresentate sono forme che, nonostante la loro fisicità pesante e ferrosa acquistano, grazie ai sempre sorprendenti punti di vista adottati da Gentile, una leggerezza ed una spiritualità stranianti.

PELLEGRINO INTELLETTUALE di Nadia Melotti [Su^]

2006 - Gianfranco GENTILE   Rosengart Gianfranco Gentile è un artista che si coglie nel “caso”, immerso, sommerso da molteplici espressioni creative; è pittore, è musicista, è progettista, è pellegrino intellettuale; è ancora ricercatore e manipolatore di immagini sottratte all’anonimato multimediale di internet. La sua formazione artistica nasce a Firenze, alla facoltà di Architettura. Crogiuolo di esperienze estetiche, l’università si trasforma in un laboratorio di ricerca nell’ambito delle arti dove l’artista matura una accentuata sensibilità alla composizione. E’ forse per questo che l’occhio di Gentile riconduce la percezione della realtà ad elementi architettonici minimali; è uno sguardo attento il suo, che penetra silenziosamente l’incurante consuetudine dei luoghi. Gli interni diventano archetipi, strutture geometriche che liberano la visione nelle sue forze essenziali. Così, la scala dei Lamberti diventa/é una struttura a chiocciola che sprofonda nello spazio illusionistico della spirale; se da una parte evoca lo strutturalismo, dall’altra si prolunga nel tempo fino a diventare natura. L’illusione e la meraviglia non son forse ancor prima natura? Diceva Cezanne “la natura è più in profondità che in superficie” ed è lì, nella struttura che si coglie qualcosa di eterno. Gentile ci obbliga a questa osservazione attenta delle nature/architetture spostandosi nel tempo ma cogliendo in ognuna i ritmi compositivi, il rapporto pieno/vuoto, il dinamismo delle linee che si prolungano oltre la superficie dipinta. Le sue opere più recenti spostano l’attenzione su prodotti culturali di sopravvivenza; sono reperti archeologici di una civiltà così vicina, quella industriale, così lontana per generazioni di offuscata memoria. Queste opere, sempre rigorosamente dipinte con una tecnica a pastello di estrema precisione sono totem, parti meccaniche in disuso abbandonate all’indifferenza o pronte per un riciclo funzionale al mercato. Questi oggetti, colti nella loro plasticità monumentale sono tragicamente presenti, sembrano ingranaggi solidi ed inespugnabili come antiche macchine da guerra. Il materiale di supporto si presenta fragile, cartone riciclato, povero come l’alienante isolamento degli oggetti. Eppure sta in questa ambivalenza di forza e fragilità l’armoniosa riuscita dell’incontro dove il supporto non è solamente il luogo dell’evocazione ma diventa materia espressiva che si trasforma in luce e colore.

Alice ZAMBERLAN [Su^]

2010 - Gianfranco GENTILE  Ex M.O.F. VR L’archeologia industriale di Gianfranco Gentile è un’operazione di recupero complessa perché globale.
Il suo lavoro va a riscoprire elementi iconografici di un passato cronologicamente non così distante dal nostro presente, eppure già oggetto di “scavo”.
Senza dilungarsi troppo in ragionamenti sul significato e l’importanza del macchinario industriale per la società e l’arte del secolo precedente, conviene fermare la nostra attenzione concretamente sulle opere di Gentile.
I suoi pannelli, dalle forme non standardizzate, ma imperfette ed eccessive, offrono allo spettatore lo spettacolo della tecnologia della macchina. 
Parti e componenti meccanici non solo raffigurati, ma indagati con lenticolare precisione, dettaglio per dettaglio, grazie ad una sorprendente abilità nel uso del colore a pastello, in grado di esaltare sia il freddo grigio dell’acciaio e del ferro, sia il rosso aranciato della ruggine, senza mai darci la percezione di una monocromia. 
Tutto è vivo grazie ai netti contrasti di luce ed ombra, che definiscono la profondità dei macchinari, in un gioco illusorio ancora più intrigante proprio per che vicino all’iperrealismo.
Linee, dettagli, viti, bulloni, ingranaggi emergono nitidamente dalla struttura della macchina.
I punti di vista ravvicinati e parziali, frammentano gli oggetti e li rendono non più totalmente riconoscibili, ma soltanto intuibili, come se l’artista volesse, consapevolmente, non rappresentare, ma evocare, attraverso pezzi di un passato decontestualizzato, riciclato, un nuovo mondo futuribile.
La perfetta omogeneità del supporto completa e rende ancor più significante l’intento dell’operazione.
Le righe parallele del cartone, con la loro tangibile tridimensionalità, fanno da controcanto all’immaginaria concretezza del soggetto dipinto.
Il colore uniforme ed etereo dello sfondo ricorda un paesaggio lunare, un oceano di silenzio, in cui fluttuano relitti vuoti, giganti metallici, un po’ come la danza delle astronavi nel film “2001 Odissea nello spazio”.
Idoli venerati da una civiltà ormai conclusa, ma fatta rivivere da questo artista che sfronda l’eco del passato dall’esaltazione modernista della potenza della macchina, lasciando però intatta la bellezza del congegno, delle linee, della forma.

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Presentazione Critica (54ª Biennale di Venezia-Padiglione Italia): [Su^]

Osservare a distanza le opere di Gianfranco Gentile permette la trazione verso di esse. Lo sguardo si adegua a prospettive apparentemente dimentiche, in luoghi abbandonati, in quell’indefinibile avviluppo di forme metalliche, contorte costrizioni, meccanismi, ingranaggi, forze dentate, che  attanagliano in una morsa curiosa, solitudini colte nell’abbandono del tempo. Indomita forza attrattiva, avvinghia lo sguardo  che si accosta al dettaglio. La macchina  rapisce, fa cogliere l’attenzione e provoca una sensazione di  coinvolgimento quasi fantascientifica, irreale condizione che immerge in  spazi  scenografici, lontani dal presente, rivolti a silenti passaggi del tempo. Eppur l’invito si coglie  nei dettagli della materia realizzata e connessa tra segno, soggetto e supporto creante  una valente tensione in un racconto vissuto, tra mutamenti, speranze fatiche delusioni di un mondo trasposto tra sviluppo e tensione, tra futuro e incomprensioni negli eventi passati del sociale. Tuttavia  il silenzio  come poesia soffia aneliti pensieri. Come vele per i naviganti, le fabbriche per  gli operai, il meccanismo per il moto perpetuo del fare e del ricercare consenso nel vero. Si tratta di chiaro messaggio sotteso che  coglie nel piacere dell’arte di Gentile. Consapevole di un vissuto  che vuol essere anche prospero futuro.

 

Alessandra Lucia Coruzzi