Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

Note critiche – Claudia BUTTIGNOL

Note critiche di BUTTIGNOL

“False partenze”,
una mostra di Claudia Buttignol
alla libreria “Quartiere latino” di Conegliano

Della mia prima visita in studio da Claudia ricordo un paio di grandi tele rosse, prepotenti e intriganti, con gli echi segnici del bue di Rembrandt, o era Soutine, o forse Bacon?

Ciò che vidi poi, mi fece dimenticare le cucitrici o ricamatrici alla Silvestro Lega, o alla Vermeer:

Claudia operava sul taglio, il suo segno non era che una mappa descrittiva di cuciture fatte su un corpo alla Gulliver, immaginato come un gigantesco e in-finito Frankenstein, lei tagliava e cuciva senza sosta e forse senza senso, inseguendo quella sua ferita interiore.

A noi maschietti piaceva il cucito delle nonne, zie, madri e sorelle e d’estate, quando l’aria segnata dalla luce e dall’ombra ci faceva scivolare pigramente sotto le sedie in attesa di veder crescere il nostro io erotico, le ascoltavamo mentre ricamavano chiacchierando senza sosta,  raccontandosi le loro storie di  poche gioie e di molto dolore.

Sì la vita per una donna è tragica, nasce e si sviluppa nel segno del sangue, sangue della nascita, sangue mestruale, sangue per la perduta  verginità e poi sangue per le ferite di noi maschi, ma soprattutto per le ferite interiori.

E così si cuce, si cuce per allontanarsi, per “rammendare” quella mostruosità che è la vita.

Qui avviene l’incontro tra la macchina da cucire e l’ombrello di Dalì.

Ed ecco allora il segno come soluzione, un segno continuo che è più forte dell’erpice e si affonda nella terra di nessuno, in quella zona franca che ci salva.

Non a caso scrisse C.G. Jung che noi maschi abbiamo l’anima perché fragili, mentre le donne hanno l’animo perché più forti. Eh sì,  cosa gli sia costato solo dio lo sa!

E lì, in quel terreno segnato, avviene un gesto di cancellazione.

Claudia  segna e nel contempo cancella il segno intrecciandolo come fosse un nido che alla fine si fa scuro, si fa nero, incomprensibile.

Eccola allora spostarsi e tentare di dare un peso all’esistenza,  un senso all’arte, come si fa per guarire dagli incubi: si fa un figlio, o un fratello, o ancora un amico immaginario, e così lei  prende le bambole, cuce i vestiti a queste bambole, crea attorno ad esse un confine protettivo che però è fatto ancora di tagli, di segni nell’aria che si fondono nel reticolato posto attorno in difesa. In difesa di sé dagli altri e da se stessa.

Per questo l’arte di Claudia è prepotentemente tragica e mi mette in imbarazzo come uomo, anche se la capisco come poeta.

Boris Brollo

 

 

Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto • Mario Bernardi • Giorgio Bagni • Andrea Demodena •
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”I colori squillano e richiedono un rapporto sempre più vivo con lo spazio, con la “pagina bianca”. La partenza comunque convince” 1985
“Le sorgenti esistono e spesso vengono riconosciute e talvolta il loro dono viene ben compreso e interpretato.
Credere sempre più nei colori: “dettàmi-noi-dei colori” 1991

Andrea Zanzotto

 

 

La tela, la pittura: questa vecchia cosa
Cos’è un quadro ? Una tela dipinta che racconta una storia, un elemento per la decorazione di una
abitazione, un’immagine, un’idea, e altro ancora. Anche se negli ultimi quarant’anni c’è stato e c’è
chi ha cercato di eliminare la pittura, figurativa o astratta che sia: c’è sempre chi ne sa più degli altri
e ci vuole indicare una strada.
Ma la pittura sopravvive: perché ?
Perché si vende meglio di tante altre forma d’arte come dice chi ne sa più degli altri ?
O perché è una necessità ?
“Lingue fioriscono affascinano
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede di passare – fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa”


“Ma che m’interessa ormai degli idiomi ?

A.Zanzotto, Altro, altro linguaggio, fuori idioma?, Idioma, Milano 1986
idioma: lingua propria di una comunità, insieme di “sistemi” in uso nell’ambito di una comunità
storico-sociologica
lingua: un sistema che tiene assieme le cose

La pittura di Claudia Buttignol è un idioma che racconta di un incontro tra paesaggio reale e paesaggio psichico, cioè della elaborazione del reale che si fissa e deposita consapevolmente o inconsapevolmente, attraverso la distillazione dello sguardo nella memoria.
Il paesaggio reale comincia con lo spazio dell’Arsenale, spazio della Storia e del lavoro.
Questo primo spazio s’incontra attraverso l’acqua con lo spazio quotidianamente attraversato, quello spazio che c’è tra le colline pedemontane e Venezia.
E’ inoltre l’incontro tra una lingua locale –il paesaggio quotidiano – e una lingua internazionale – quella della pittura informale-.
La pittura di Claudia Buttignol dà unità a queste due differenze.
E’ il colore della pittura che unisce, che crea l’insieme: il colore che si fa strada, si insinua nella struttura-disegno che trasforma il padiglione 106 della Thetis percepito come una delle Prigioni di Piranesi.
E’ un colore al principio bruno, ferroso, ruggine –elaborazione dei rossi della serie precedente ? – colore scuro e oscuro che lotta con gli elementi grafici del quadro e che riempiono tutto lo spazio della tela: tela per materassi, tela del sonno, tela per uno spazio onirico, spazio dell’ordine-caos, alla fine “solo” tela della pittura, tela per il colore. Che dopo questa lotta comincia a “distendersi”.
Ma una volta disteso, non è per niente tranquillo, anzi, conserva memoria di cosa è successo prima, di cosa potrebbe ancora succedere. Di cosa c’era prima e di cosa c’è adesso.
Da una parte c’è la riconoscibilità evidente della figura del paesaggio, le linee dello spazio diventano le linee del paesaggio. Dall’altra c’è l’elaborazione culturale ovvero la trasformazione dello stesso paesaggio in simbolo, sintesi di pulsioni, di tensioni tra loro contraddittorie ma che costituiscono l’insieme dell’esperienza visiva dell’artista: è il contrasto tra la tensione e la quiete evidente nell’insieme dei pezzi esposti.
Una tensione che sembra sciogliersi quando il colore prende il sopravvento e copre con-fondendosi con l’originaria funzione della tela –ancora tela per la pittura-, tela-camicia, memoria simbolica della camicia-placenta. La nascita di una nuova vita provoca positiva distensione e felice confusione.
Tutto si con-fonde: all’inizio l’acqua, le linee del capannone 106, le linee del paesaggio, la camiciaplacenta, il colore alla fine che tiene tutto assieme.

“Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa ”
Dario Pinton 29 maggio 2007