Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)

Note critiche – Annalù BOERETTO

ANNALU’

QUOTIDIANA MITOLOGIA di Boris Brollo

Dopo aver visitato lo studio di Annalù Boeretto ed esserci lasciati mi sono ritrovato da solo in auto e mentre guidavo ho potuto pensare all’incontro ed alla visione delle opere che mi erano state sottoposte. Ciò che mi aveva impressionato da subito erano stati i titoli con i quali Annalù tentava di dare un’ identità al suo operato. Questi titoli si rifacevano alla mitologia greca. Nomi quali: Daphne, Icaro, Mimesis, Danae, sono categorie ricorrenti nel suo lavoro, ma sottendono anche ad altre sottospecie di titoli del tipo: “ Icaro, Dream Drama” / “Icaro, Karmacoma” / “Icaro Sutra Noon” / “Icaro reprise”; oppure: “Mimesis, Passaggio ad Est”; il quale diventa poi: “Passaggio ad Est (Evolution)”; o ancora: “Mimesis, Isole Flore-Ali”, e via dicendo.
Mi sono chiesto: è mai possibile che una giovane artista appena trentenne nel giro del terzo millennio si rifaccia con il suo lavoro ancora alla mitologia greca? Che senso ha per Lei, e per Noi, oggi, questa operatività nel quotidiano contemporaneo cosi denso di virtuale, computer, immagini, cinema, foto ect.?
Accanto a tutto questo c’erano altre opere con titolazioni esotiche quali: “Fun-Go”, o “Particelle Phi”, ancora: “Flyworks II (Solar)”. Che relazione potrà esserci fra questi titoli e gli altri dedicati al mito? Cosi andando in libertà i pensieri trovarono fra loro un comune denominatore che si compose lentamente in un puzzle mentale dove tutto coincideva e si chiudeva esattamente. I materiali come il cemento, e le foglie, o le strutture che davano forma a panchine e ad altalene; cosi pure le foglie sulle porte che fondavano e fondevano i diversi miti si congiunsero in un’unica grande alchimia che li rese immediatamente immateriali portando cosi alla luce la chiave di volta che stava nella loro leggerezza. Questo era il collante comune. Questo suo mondo così particolare non è che il mondo della fisica presocratica che si smaterializza in universo immateriale e leggero.
Se osserviamo i Miti scelti da Annalù sono tutti Miti in trasformazione: Daphne si trasforma in alloro per sfuggire al rapimento di Apollo. Giove per amare Danae e congiungersi con lei si trasforma in pioggia dorata. Icaro si trasforma in uccello, mettendosi le ali, per avvicinarsi volando al sole dove rimarrà preso in una trappola mortale.
Così i materiali che ella usa: le foglie sono esse stesse leggere e volatili; l’impronta del corpo sulla porta nell’opera titolata “ Daphne” non è che il segno del corpo, la sua ombra senza peso. La sua “Eco”. E così “I Prati delle Isole Flore-Ali” sono prati volatili che evaporano sotto il colore e che dire di “Icaro” in tutte le sue pose “drammatiche” (da Drama e badiamo all’assonanza con Karma) fatte sì di corpi volanti ma che vengono svalorizzati della materia tramite pennellate con acido che rendono bianche le piume essenzialmente per effetto della decolarazione che questo acido opera su la pittura esistente. E cos’è questa se non l’operazione massima della antica alchimia e cioè, la trasmutazione da una materia in un’altra? Non si attua qui il massimo dell’effetto del mutamento di pensiero proprio là di fronte alla visione che si forma sotto i nostri occhi ed eccola trasformarsi in altro? L’altalena e la panchina fatte per portare corpi sono esse stesse corpi in levitazione che attuano una rivoluzione mentale dove si capovolge il senso del peso per un controsenso superiore. E anche qui il titolo “La sostenibile leggerezza dell’essere” non rieccheggia forse il famoso titolo del romanzo di Kundera: “L’insostenibile leggerezza dell’Essere” che guarda caso non è che un titolo di un’opera appartenente al filosofo greco Parmenide? Il gioco si fa interessante vero? E tutto questo con la semplicità dei mezzi e materiali presenti nel quotidiano costruito pezzo per pezzo e colorato di bianco per smaterializzare una mitologia quotidiana fatta di sensi oramai abusati di cui qui assistiamo ad un’inversione di tendenza che ci chiede una reversibilità di pensiero. Un pensiero che abbandona il senso comune del quotidiano per acuire in noi un desiderio superiore che dia spiritualità e visione ai nostri sensi affaticati. Ma il Fun-Go cosa centra con l’alchimia? Come? non è nel Messico e nelle tribù indiane dei Navajos che si usava mangiare certi funghi i quali producevano visioni allucinogene? E queste visioni non fanno scordare il peso del corpo e della fisicità per darne un’altra tutta ribaltata? Anche qui una congiunzione mentale. Basterebbe quella dell’olfatto per rendere già alchemico l’alimento “Fun-Go” qui da Lei trasformato in una impietrita ameba visiva.
Ecco a cosa serve la “mitologia del quotidiano” di Annalù Boeretto: a rendere diverso il nostro universo quotidiano.

Boris Brollo

…un altrove indefinito

Se rimane in noi qualcosa che è simile a un’impronta o a una pittura, come può la percezione di questa impronta essere memoria di qualche altra cosa e non soltanto di sé? (Aristotele)

di Daniela Del Moro
Rimozione e nostalgia sono condizioni umane per eccellenza. E su questo meccanismo mentale molte sono state, negli ultimi venti anni circa, le strategie dell’arte, di quell’arte che allevia dalla vita senza alleviare dal vivere.
Analizzando ad esempio il concetto di memoria, molte ricerche estetiche hanno avuto il filo della memoria come tema conduttore: memoria – e non ricordo (molto più personale e intimo) – esercitata a volte per esorcizzare la profonda e tragica perdita di se stesso, ma anche memoria quale conservazione e preservazione di conoscenze ed esperienze passate.
Il processo di “preservazione” corre sotto la pelle dell’arte contemporanea e costituisce la base di un pensiero di ricerca per coloro che “preservano” per poter continuare, per coloro che, dalla nostalgia di un “sentimento”, vivono l’arte creando opere che hanno lo stile ed il sapore del diario e del diario hanno il potere di spalancare una dimensione di vuoto, del diario hanno la forza di attentare alla commedia dei rapporti tra le persone, del diario hanno la lucidità di rivelare l’impostura del quotidiano.
Annaluigia Boeretto, da oltre dieci anni, appunta frasi, segni o profumi alle pagine bianche del suo personalissimo diario: fatto di carte, di tele, di inchiostro, di sabbia, di vetro, di aria, ogni respiro della sua mente diventa racconto e testimonianza di un percorso di vita. Un percorso che parla di sé sfiorando il cammino di altre esistenze, rimuovendo la “fine” di ogni “cosa” nella stasi di un pensiero: e il suo lavoro diventano orme, tracce, impronte che sono avanzi e reliquie, ma soprattutto la testimonianza del presente al presente…Platone e Aristotele li avrebbero chiamati i momenti della conservazione di sensazioni e reminiscenze.
Dalla “conservazione”, che sia creata dalla vetroresina, o preservata dentro una busta, Annaluigia Boeretto racconta un cammino artistico che nasce dal segno iconico testuale, non risulta estraneo a certe formulazioni dell’informale e si appropria di abilità tecnica su inchiostri e resine, alimentando sensazioni e reminiscenze in un ricercato dualismo di presenza e assenza. La sua arte diventa, lontana dalla convenzionalità del riferimento lessicale o dall’arbitrarietà del segno, il luogo “sacro” del ricordo nel collettivo della memoria: dal conscio all’inconscio o come scriveva Filiberto Menna “l’arte è la marcia a delfino continua tra notte e giorno, fra sogno e veglia, fra convenzionalità e determinazione: cioè la logica della contraddizione..”.
E sulla logica della contraddizione si rigenera anche la logica della contrapposizione che opera la Boeretto quando “toglie” colore aggiungendo inchiostro, o ancora quando “incide” il suo codice segnico “disegnando” la sabbia…La sua memoria si chiama Rauscehenberg, Bob Indiana, Lichtenstein che partirono dall’alfabeto e dalla tipografia pubblicitaria per le loro invenzioni allora stupefacenti e piene di fascino; l’artista, da colta veneziana, segue lo stesso cammino partendo da“Bodoni e proponendo nella “materia” e nel colore, i vuoti e i pieni, i bianchi e i neri della sua personale “tipografia”: le minuscole eleganze bodoniane diventano giganti, o si rigenerano in forme sovrapposte come se la pagina fosse il mondo o semplicemente l’azzurro del mare che da bambina l’accompagna. Un mare che ritorna nel movimento della composizione cromatica, come il rumore sommesso dell’acqua quando invade la città o il profumo della terra bagnata che leggi nelle forme e nei “segni” di una inesistente topografia, ogni emozione assorbita dall’artista anima tutte le sue opere che si sostanziano nel “farsi” della memoria e nei frammenti del ricordo, dove l’immagine prende “forma”: dalle grandi carte, alle emozionanti installazioni, non vi è presenza umana ma l’inconscio rivela una presenza costante nel lascito delle sua impronta.
All’origine di tutto una grande sete di conoscenza e una profondità d’animo nel racconto di immagini emotivamente coinvolgenti: rappresentazioni oniriche come per “Peter Pan” o “Hermes”, sospensioni temporali come in “Messaggio ricevuto” o nel progetto “Mandala”, tracce di memorie come in “Biancaneve” o nel progetto “Piccola orchestra”, che legano il segno iconico al segno verbale del “messaggio”, tramutando l’ordine naturale in ordine simbolico.
E le contaminazioni esaltano sia la parola scritta che l’iconografia raffinata: ecco il “libro-oggetto”, il libro opera d’arte di antica memoria che rimette in campo tutte le emozioni, che richiama alla mente, riformula e nuovamente “suggerisce” interpretazioni “altre”. Libri che sono per la Boeretto luogo denso di meditazione, dove viene restaurata la fantasia desueta della coscienza più profonda che dà senso e ricollega simbolicamente ogni emozione. Ci sono “libri” nei quali l’artista rende giustizia alla poesia muovendo la pagina bianca (indifferente per natura alla dimensione spaziale della poesia), cambiando la sua materia, impastandola e colorandola fino a farla coinvolgere con la lirica di un testo accennato o esagerato, dove anche i diversi “frammenti” non compongono l’unità della visione, bensì la “comprendono” sorvolando l’accenno storico e calligrafico perché nella sua arte “potente” e “misteriosa”, dove la forza pare uscita da codici miniati, il suo atto creativo è l’atto del “miniatore”: che s’imbatte, però, nella tangente della memoria
Così possiamo procedere nel “presente” attraverso strumenti artistici che trasversalmente toccano altre terre ed altri tempi, per andare al di là del significato del visibile e del quotidiano, per cercare di attingere al “senso” più vero delle cose e degli accadimenti.

Daniela Del Moro

Testo critico di Lucia Majer in occasione della personale I can Fly

Parole alate, scritte con l’inchiostro ad accompagnare due ali che si levano in volo. Una mostra particolare, ricca e originale nella sua semplicità, metamorfica e mobile sul tema del volo. La capacità analogica di Annalù rincorre e cattura i voli degli uccelli, degli dei, degli angeli e dei sogni umani, con la loro storia e il loro miti, le loro ascese e le loro cadute.
Il volo è l’essenza della poesia, ciò che sostanzia l’idea di bellezza e di libertà. E’ un concetto impalpabile, astratto ed aereo come i lavori stessi di Annalù, che utilizza la carta e gli inchiostri come fossero piume leggere cadute da due ali in volo e di queste ne potessero raccontare una storia, di cose vedute e di emozioni vissute, diventando così anche archetipi di memoria.
L’immaginazione di Annalù è ardita e mimetica, capace di trasportare il lettore in una continua rivelazione e sorpresa di collegamenti e dislocazioni. Come i poeti hanno visioni e profezie che li fanno volare lontano, così anche la sua arte rappresenta la mutevolezza delle forme mutevoli, impersonando desideri, sogni, emozioni e fissando il tempo nell’istante di un’emozione vissuta. C’è una componente surreale nella sua arte, che si manifesta nel potenziale evocativo delle sue installazioni, dove ai frammenti di immagini è affidato il compito di evocare per associazione di idee un universo distante, una realtà straniante che sembra appartenere più al mito e alle fiabe che non alla realtà.
Memoria, poesia e racconto sono gli elementi che danno un senso primario ai lavori su carta, dove gli inchiostri suggeriscono senza definizioni nette non tanto un’immagine reale, quanto il suo riflesso, come fossero un’ombra o un ricordo che affiora. Le forme si sfaldano e l’immagine si fa atmosfera e suggestione, attraverso la tecnica particolare con cui la forma si crea mediante la sua stessa negazione: viene tolto il colore aggiungendo inchiostro e l’immagine si dilegua in una trasparenza che rende lo spazio denso di significati allusi. Gli elementi grafici e scritturali che accompagnano l’immagine costituiscono la traccia del racconto, il filo della memoria che lega insieme fantasia e realtà, ricordi e sensazioni: Annalù realizza attraverso i fili del ricordo una corda celeste che lega l’immagine a un’idea di bello, di buono, di sublime. C’è infatti nel concetto stesso di volo un desiderio di sublimazione, quella tensione, che già gli antichi poeti greci avvertivano, a superare i conflitti interiori e raggiungere l’armonia interiore. Un concetto che si avvicina alle filosofie orientali e che trova in un paio d’ali la sua icastica manifestazione. La conquista della leggerezza diventa anche liberazione dal corpo e dal suo peso, la manifestazione di una coincidenza con lo spirito, con l’essenza pura della vita. Su questi archetipi l’arte, la letteratura, la poesia hanno creato interpretazioni, variazioni e scritture continue, puntando spesso sui loro significati simbolici. Ne sono un esempio il volo di Dedalo, la caduta di Icaro, l’aquila di Zeus, le ali di Hermes/Mercurio dotato di “piedi leggeri” proprio perché destinati, attraverso il volo, ad elevarsi dalla pesantezza del suolo.
Tutta la produzione di Annalù possiede questa aura di purezza, questa tenerezza poetica che infonde alla semplice quotidianità di materiali poveri una suggestione magica. I suoi ricordi finiscono per essere il tessuto di una memoria collettiva, che lascia la propria impronta sotto forma di appunto estemporaneo, come traccia scritturale che si associa e si accompagna all’immagine e ne consolida la sostanza simbolica. Il tempo, presente nei lavori dell’artista attraverso installazioni e simboli apotropaici, non è più qualcosa di cui aver paura. Il dondolio di un’altalena di piume diventa per analogia il simbolo delle stagioni che passano ma che ritornano, del giorno che segue alla notte, dell’armonia stessa del respiro e della vita. Un ritmo continuo di espansione e di reintegrazione, di perdita e di recupero che possiamo leggere anche nella traccia delle sue opere a inchiostro, tra assenze e presenze, in un continuo ritmo che tra ombra e luce, tra pieni e vuoti, come un canto alle Muse traduce in un volo dipinto la leggerezza impalpabile di ogni essere umano.

Lucia Majer