Critico d'arte – Curatore esterno museo MACA – Acri (Cs)
  • Claudio Polles

Note critiche – Alberto DEPPIERI

Note critiche di DEPPIERI

2008 - Alberto DEPPIERI: Mutazioni visiveUna tesi pittorica di Alberto Deppieri

Rappresentazione come tentativo di mettere alla luce, del mondo comune, un’immagine non ancora visibile, in perenne formazione nel mondo interiore. L’assurdità di questo tentativo nasce dalla sensazione e dal desiderio che sia possibile riprodurre quella immagine pur comprendendo che comunque essa non è riproducibile, perché invisibile e forse nemmeno immaginabile, se non nell’azione di farla. Immagine rassomigliante, percettivamente, ad un’altra che acquisisco da un contesto quotidiano o massmediatico ma che più facilmente si riferisce ad una rappresentazione o idea simbolica del mio inconscio, travestito dall’esperienza del vissuto riemerso nudo per un attimo da un quid emozionale.
Rappresentazione, una comprensione dell’interiore costituito di flash proiettati nella sfera psichica da un magma attivo, apparentemente disorganizzato, emerso dal buio.
Cosa posso consapevolmente vedere di ciò che guardo se il mio limite è quello di percepire, come visibile, solo ciò che per me è riconoscibile? Quindi solo ciò che ho già visto?
Per “vedere” intendo vedere nel duplice modo d’essere nel mio mondo, costituito di una realtà parziale, enorme, interiore, che parla una lingua sconosciuta ed il mondo esteriore che vedo nella limitazione di ciò che posso e che mi parla in un’altra lingua ancora. Come posso io come passaparola sordomuto mettere in contatto questi due miei mondi unici? Nessuno vede i miei mondi, ognuno può vedere solo il proprio multiplo mondo unico che può comunicare solo sotto una forma simbolica, con la difficoltà che comporta.
Comunque mascherato, filtrato, voler vedere e spingermi fino al buio e tornare poi nelle “certezze” di ciò che conosco con i rischi che ne derivano, quali il considerare solo quello che vedo testimoniato dagli altri individui o naufragare nel solo immaginare, rapito dai sensi. Essere un pendolo appeso ad un fulcro mai testato nella sua tenuta. Un pendolo, per di più aritmico perché mosso da forze diverse e variabili, spinto da scariche probabilistiche, in due parole instabile e imprevedibile.

Mutazioni visiveCosa succede quando dipingo?
Cosa sto facendo quando mi adopero per dare visione al mondo esterno di quello interno? E viceversa, sperimentazione di quello esterno da parte di quello interno?
Visione dell’esterno, comune, come limitata percezione dell’apparato visivo e della relativa traduzione mentale di esso, solo il riflesso di ciò che la luce mette in evidenza, spegnendosi nel momento in cui colpisce un oggetto-materia.
Con questo presupposto creo un oggetto artistico come la manipolazione e combinazione della materia scelta per dare un particolare effetto-riflesso visivo. Esperisco che proietto fisicamente la visione della mia luce interiore, tramite il dialogo con la luce che agisce nel mondo esteriore, sulla materia.
Dell’immagine travagliata rimarrà all’esterno l’agglomerato chimico-materico che ho più o meno consciamente assemblato, con la speranza che ciò che ho prodotto abbia la capacità di essere percepito da un’eventuale osservatore in un meccanismo di traduzione a ritroso. All’interno qualche flash in più penetrato da fuori in un momento d’apertura e qualche vertigine pendolare nel farlo, una sensazione insostituibile di “accordo”, ma che lascia subito dopo solo qualche residuo senza alcuna collocazione se non quella sedimentale.
Dipingere dall’alto in basso, con la tela a terra, con il sangue che pulsa sulle mani, sulla testa e sui pensieri che vanno e vengono, carico d’eccitazione controllata, non calma ma propensa alla tensione, coerente alla paura di sporcare un arancio annullandone la voce, arancio che voglio sposare in nero-seppia. A gambe divaricate, sull’immagine che urge di emergere da un movimento quasi in assenza di gravità, da un braccio appeso al busto sorretto dalla molla lombare.
Trascinare un momento lungo quanto un segno, il flash di un tempo indefinito che può continuare per tutta la tela “dimenticando” l’immagine, partire dal bianco della luce sino a diventare limite dell’ombra labirintica delle curvature precedenti e infilarsi nel filo di un bottone, nato da una rotazione tra molteplici tonalità, un compasso a punta di trapano che scava sulla tela.

I sentieri dei toni diversi incastonati dalla pressione del pennello si rivelano come forze impreviste, non nascondo che provo un senso di libidine emozionale e mentale nel provocare un labirinto di colori così vari ma ancora se stessi, continui. Con un solo passaggio che vorrei continuare all’infinito, il pennello è come una barca che apre le acque e che solleva un velo sulla visione che si riconosce. I labirinti però hanno una loro struttura limitativa e mi accorgo poi che l’emozione, a volte, ha avuto il sopravvento e rimane evidente sull’immagine guida compromessa. Rimangono le tracce nell’ombra blue oltremare, le terre bruciate, il bruno Van Dick, il blue cobalto non sono una massa scura, sono ancora in cammino fianco a fianco.
Un altro passaggio visionario è il confine tra l’ombra piena in un’immagine quando ha la luce che colpisce appena più in là un’altra parte della superficie facendola saltare e nel mezzo uno o due passaggi a pennello di setola, lo spazio tra le due esistenze è tanto carico da creare una foschia, elettroni impazziti. Qualcosa di simile a quello che provo quando qualche collega si avvicina per passare e non c’è lo spazio ed il campo a terra è minato: dai tubetti, dai pennelli, dalle tavolozze, dalla polvere: se breve anche questo aiuta,…. magari mi fa pulire il pennello dalle scariche adrenaliniche o dalla immobilizzazione estatica….. pelo troppo contaminato per proseguire, oppure…. era il momento di prendere quel bellissimo viola così pulito, oppure no…. non dovevo distrarmi.

Che dire della luce? La luce non si vede ne vediamo solo il riflesso. La luce non vede, va a sbattere ma non se ne accorge, non le interessa, lei non ha problemi d’ombra ed è certa di se stessa, dal suo punto di vista l’ombra non è visibile, questo è il suo punto di partenza, il punto luminoso è la fonte dei raggi che sono dalla parte opposta dell’ombra; insomma la luce ha una visione infinitamente piatta dell’infinito; lei scorre, nel mondo della luce, dove non esiste l’ombra, non esiste la terza dimensione, forse nessuna dimensione.
E’ anche per questo che spesso nei miei lavori il bianco dilaga, spesso ha corpo piatto, come “banale bianco” onesto.

Un'altra giovinezzaQuando metto una sostanza-colore che io, nella sua vibrazione con la luce, definisco rosso accanto o sopra ad un grigio neutro faccio vedere al mio mondo interno che ciò che succede subito intorno al rosso è la visione del vede, anche se il verde non l’ho neanche sfiorato. Lei, il mio mondo interiore, potrà indicarmi attraverso questo stesso codice, quando c’è qualcosa, di costituzione simbolica di colore o di forma, nel mondo esterno che non vedo perché sono convinto che non ci sia; la cercherò fino a trovarla (c’è sempre).
I mondi si parlano attraverso un sordomuto.

Cosa staranno tentando di dirsi nel mio multiplo unico mondo del mondo dell’ombra che stimola così spesso la mia gestualità? E’ forse per questo dialogo, ancora non recepito, che lì fermenta quella volontà e sensazione di speranza. L’ombra sotto le pietre illuminate dal sole c’è sempre anche se non ne riconosco il significato.

Cosa significa dipingere la realtà oggi nell’era della globalizzazione mass-mediale?
È la sensazione di spaesamento quella che provo quando vorrei definire la realtà, chiara e inconfutabile, ciò che appare è sconcertante. Quello che vedo, che sento, le mie convinzioni mi appaiono reali, solo, nella loro continua trasformazione.
Fino a qualche tempo fa definivo “virtuale” il senso del realizzabile, un idea, di ciò che non è ancora esistente. Poco dopo “virtuale” è diventato un vero e proprio mondo parallelo che risucchia anche ciò che fino ad allora, con difficoltà, ipotizzavo “reale”. Le reti della comunicazione globale hanno esteso l’apparato nervoso umano nel loro interno, inducendo il mondo molecolare, atomico, in quello del byte.
L’uniformità dei mezzi e del linguaggio multimediale, pur apparentemente diversificato, ha uniformato i bisogni delle differenti etnie sotto la definizione informazione globalizzata, mettendo a rischio l’atollo delle tradizioni.
Se, come sembra essere, siamo sempre più lontani dal considerare anche la sfera spirituale come parte del reale e consideriamo reale quello che vediamo dobbiamo riconsiderare anche il senso del credibile nell’approccio alla realtà che aveva s. Tommaso apostolo, credeva solo a quello che vedeva.
Con la nostra, propria, esperienza, con la nostra realtà inconscia, ciascuno di noi s’immedesima in personaggi virtuali o nei fatti tragici realmente accaduti ma resi idistinguibili dalla finzione o equiparati ad essa. Condizione efficace ma pericolosa dalla loro combinazione alchemica. Ne sono un’evidenza da non sottovalutare, visti gli indici d’ascolto ed la conseguente proliferazione, fiction oppure reality, innocenti parole con significati specifici che attraverso lo schermo rappresentano un genere che esprime esattamente il contrario.
Ci si emoziona viaggiando, forse, inconsapevolmente nel proprio intimo, rispecchiandovisi.
Se nell’anestetico bombardamento delle immagini sparate a raffica dagli schermi: videofonini, computer, televisioni, cinema non ne riconosciamo, in essi, gli strati ermetici, nella migliore delle ipotesi volutamente resi tali, rischiamo sempre più di vivere personalmente il destino che fu di Narciso, affogare nella propria immagine, reo di non aver considerato il medium che la sorreggeva, un riflesso di se su di un abisso.
Proprio ciò che i poteri mass-mediatici consigliano di fare, affidarci allo schermo.
Ma il paradosso contemporaneo è che proprio il livellamento dello standard divulgato, attraverso gli schermi, ci da la possibilità di portare a galla la realtà. Per essere più chiaro, uso le parole di Guy Debord: “ Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. L’andamento socio-politico-mercantile che usava i meccanismi dei media per entrare in tutte le case, adesso è costretto ad usarli obbligatoriamente per sopravvivere; non essendo più così incomprensibili, i codici tattici dell’informazione possono essere usati per rendere evidenti almeno una parte degli strati sottostanti.
Mentre le cose nella loro semplicità appaiono sempre meno emozionanti, o troppo impegnative ma entrambi elementi che non ci interessano, la ragione, forse, se ne sta volando via. Forse, ha perduto i picchetti della morale e dell’etica che sembrano appartenere ad una realtà estinta. I mass-media sono oggi lo specchio della nuova realtà data anche attraverso l’evidente costruzione scenica che travolge tutto e tutti, mimetizzata con i fatti reali per creare audience. Abbandonarci al virtuale ci rende, apparentemente, meno soli e meno confusi. Costruita ad hoc, è più facile trovare un senso del reale attraverso la visione di un film al cinema o in TV, o, ancora di più, cercandola navigando in internet. Ognuno di noi, seduto in poltrona davanti allo schermo, nel fissarlo, s’immerge in un “formato” della finzione che però lo porta a vivere una sorta di realtà plausibile, sicura e distaccata.
Attraverso quest’alternativo comunicare con la luce, la proiezioni, si assorbono ed elaborano input d’ogni tipo, eretti per colpire la nostra parte più vulnerabile e nel contempo più carica di forza reattiva. Frame dopo frame, la sfera emotiva rimane sempre più scoperta e soggiogabile, ipnotizzata, poco per volta muta, silenziosamente, anche i nostri parametri mentali.

L’artista che, secondo qualcuno, ha la facoltà di rappresentare il futuro per la capacità d’interpretare il presente, incontra una forte difficoltà vivendo nella società della simulazione, i cambiamenti si succedono con tale velocità che ci colgono impreparati. E’ quasi impossibile fare affidamento sul passato che precipita tropo velocemente nella propulsione del presente instabile, proiettato in un futuro che non è già più tale.
Rianimare il presente, trascinare il qui ora rendendolo visibile, spingere ancora di più la corsa, portata al limite, farla inciampare su se stessa per indurla alla metamorfosi. Accentuare la visione dell’immagine nell’istante della confusa, imprevedibile, pilotata costruzione.

Attualmente, il mio lavoro è imperniato alle immagini destinate alla massa, principalmente, ma non solo; su frame di film che mi appaiono particolarmente significativi, in quanto veicoli di messaggi di conferma o alternativi nel pensiero intellettuale artistico, culturale. Scelto il fotogramma che mi colpisce più intimamente per motivi estetici e/o inconsci e/o intellettuali, lo fotografo direttamente dallo schermo televisivo, causando così una prima deformazione liberatoria. La mia psiche ormai appagata dalla scelta del senso, dell’estetica, mi lascia “libero” nel trattare i segni costruttivi dell’immagine. Questo mi consente di ricreare un’immagine che in vicinanza è al limite dell’astrazione mentre, guardata da una distanza maggiore, appare riconoscibile nel suo insieme. La forza narrativa delle immagini studiate a tavolino dagli esperti della cinematografia e attuate con i mezzi solo a loro disponibili, vengono da me analizzate rielaborate, installate e risistemate con un montaggio diverso, un altro racconto, il mio film.